mercoledì 27 ottobre 2010

Vecchi nemici e nuove alleanze


C'è l'Iran dietro la formazione del nuovo governo iracheno guidato da Al Maliki? Qual è il ruolo di Teheran nell'attuale fase politica mediorientale? Ne parlano in studio Ahmad Rafat e Antonello Sacchetti.

Si discute inoltre del recente viaggio del presidente iraniano Mamhud Ahmadinejad in Libano e della partecipazione dell'Iran al vertice per l'Afghanistan.

Guarda il video della puntata:
http://www.ilcassetto.it/notizia.php?tid=1188

Gli Usa e l'influenza iraniana in Afghanistan


L'Iran ha cominciato ad immettere combustibile nel reattore della centrale nucleare di Bushehr. La costruzione dell’impianto è stata completata con l’aiuto della Russia: l'uranio arricchito per alimentare la centrale è stato fornito da Mosca in base a un accordo che prevede la restituzione del materiale una volta utilizzato, in modo da evitare eventuali impieghi per ordigni atomici. Intanto, Teheran ha ammesso pure di aver fornito finanziamenti all'Afghanistan, ma solo per la "ricostruzione" del Paese. Ieri il presidente Karzai aveva parlato degli aiuti da parte della Repubblica islamica e gli Stati Uniti si erano detti “preoccupati” per quelli che avevano definito “tentativi di Teheran di esercitare un'influenza negativa sull'Afghanistan”.


Per un commento, ascoltiamo Antonello Sacchetti, profondo conoscitore della realtà iraniana, intervistato da Giada Aquilino: R. - L’Iran ha tradizionalmente una secolare influenza sull’Afghanistan. La ha dal punto di vista culturale e non solo da quello politico. Basti pensare che la lingua ufficiale dell’Afghanistan è il dari, che è una variante del persiano. Sfido chiunque a trovare un Paese - tra quelli che sono intervenuti in Afghanistan - che non abbia dato soldi all’Afghanistan, in particolare anche ai governanti di quel Paese. Ci sono tanti motivi che legano poi questa situazione degli interessi nazionali dell’Iran: ci sono migliaia di chilometri di frontiere tra i due Paesi, ma tra i due Paesi c’è anche una continua - e mai interrotta - disputa riguardo alle responsabilità sul traffico di droga. Al di là di questo, però, diciamo che l’Iran esercita la sua naturale vocazione a potenza media regionale, a Paese cioè che comunque influisce sulle sorti degli Stati vicini.D. - A livello interno, l’Iran si sta concentrando sul reattore di Bushehr, dove avvierà la produzione di energia elettrica all’inizio del 2011. Bushehr che capitolo rappresenta del programma nucleare iraniano?R. - Direi che forse è il primo capitolo di una storia veramente infinita, perché Bushehr è il reattore che si cominciò a costruire addirittura nel 1975. Di fatto, i lavori in questo reattore avvengono sotto la supervisione dell’Aiea, in un momento in cui forse si sta saggiando il terreno in vista di una ripresa dei colloqui sul nucleare del Gruppo 5+1.


Ascolta il file audio:


mercoledì 29 settembre 2010

Focus Iran


All'interno del Festival Immagimondo - Serata dedicata all’Iran, situazione politica e vita quotidiana. Presentazione del libro “Iran. La resa dei conti”.Incontro con l’autore Antonello Sacchetti, giornalista e scrittore.Racconti di viaggio, incontro con viaggiatori.


IMMAGIMONDO, Festival di Viaggi, Luoghi e Culture si tiene da sabato 25 settembre a domenica 10 ottobre 2010 nella piazze della città di Lecco e in sedi prestigiose della Provincia.


Numerosi saranno gli eventi culturali - proiezioni di filmati di viaggio, mostre fotografiche, incontri con esperti Viaggiatori, presentazioni di libri, conferenze, laboratori di scrittura, fotografia e carnet de voyage – previsti nei giorni della manifestazione. Da visitare, i Tavoli dei Viaggiatori, cuore ed anima del Festival, e gli stand degli Espositori.


FOCUS IRAN

Venerdì 1 ottobre

ore 21
Sala Don Ticozzi Via Ongania, 4Lecco, Italy


http://www.immagimondo.it/

venerdì 10 settembre 2010

LA PRIMA PIETRA


Il caso Sakineh tra buone intenzioni e usi strumentali



È appena arrivata la notizia della sospensione della lapidazione di Sakineh Ashtiani. Il verdetto sarà sottoposto a revisione. È una buona notizia, anche se la vicenda non è ancora giunta a una conclusione. In questi giorni ci sono stati appelli, le dichiarazioni, firme di personaggi dello sport e dello spettacolo. E anche commenti spesso fuori luogo o fuori misura. Qualcuno ha suggerito improbabili ruoli di mediazione per Gheddafi, altri si sono sbilanciati in previsioni quanto meno azzardate sulla data dell’esecuzione.

La mobilitazione permanente ha l’indubbio merito di tenere costante l’attenzione sulla vicenda e – si spera – di salvare la vita della donna. È altrettanto innegabile, tuttavia, che per tutti noi questa sia una battaglia semplice. Chi mai, in Italia e in Europa, oggi non si schiererebbe contro la lapidazione? E forse proprio questo dato di fatto dovrebbe farci riflettere su alcuni aspetti della vicenda e, più in generale, su come le violazioni dei diritti umani siano “percepite”.


Cito alla lettera da Amnesty International:
La lapidazione resta in vigore, come sanzione penale, in diversi paesi o regioni di paesi, tra cui, oltre all'Iran, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, la Nigeria, il Pakistan, il Sudan e lo Yemen. Nella provincia di Aceh, Indonesia, la pena della lapidazione è stata introdotta nel 2009.

Esecuzioni di sentenze giudiziarie alla lapidazione, negli ultimi anni, sono state riferite solo dall'Iran. Nonostante le autorità avessero annunciato una moratoria nel 2002, quattro anni dopo sono state lapidate almeno sei persone. Almeno otto donne e tre uomini si trovano attualmente nei bracci della morte del paese, in attesa della lapidazione
.


Questo per quanto riguarda la lapidazione. Pratica terribile, definita spesso “disumana” ma invece tanto terribile proprio perché umana. Inventata, escogitata cioè migliaia di anni fa dall'uomo per dare un valore particolare a quella forma di omicidio. Nell'antichità la lapidazione serviva a rendere tutta una collettività responsabile dell’esecuzione di un condannato. Le prime pietre venivano scagliate dai testimoni. A seguire, tutti gli altri. La Bibbia contiene molti esempi di condanne per lapidazione, per i reati più vari: dalla bestemmia all'idolatria, dall'omicidio all'adulterio.

E Gesù crea scandalo quando si oppone a questa pratica. Lasciamo che sia Giovanni a raccontarci i fatti:


In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma all'alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava.
Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?. Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo.
Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra.
E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?. Ed essa rispose: Nessuno, Signore. E Gesù le disse: Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più
.
(Vangelo di Giovanni 8, 1-11)

E' una storia conosciuta e citata da miliardi di persone. Una storia che, come sappiamo, non ci parla soltanto di lapidazione. E qui sorge un sospetto.

Se Sakineh invece che per lapidazione venisse uccisa per impiccagione, la sua sorte sarebbe forse meno crudele? E su cosa vogliamo discutere: sul fatto che un'iniezione letale sia più “civile” di una lapidazione o di una decapitazione? Eppure queste altre forme di esecuzione sono applicate in modo costante. La prima negli Stati Uniti, la seconda in Arabia Saudita.

È impressionante, a questo proposito, come il regime saudita continui a godere di una pressoché totale impunità sia a livello diplomatico sia di opinione pubblica internazionale. Eppure le violazioni dei diritti umani continuano a essere gravissime. Ma quello di Riad è un regime amico dell'Occidente. Per non parlare degli Emirati Arabi Uniti o del Pakistan.

Il caso di Sakineh è divenuto in pochi giorni il simbolo delle violazioni dei diritti umani in Iran. Tanto che altri casi sono passati praticamente sotto silenzio. La scorsa settimana, a manifestare per Shiva Nazar Ahari, prigioniera politica anche lei a rischio di pena capitale, eravamo sì e no 20 persone.

Nella sua estrema drammaticità, il caso Sakineh sembra più “facile” da comprendere e condannare, rispetto alle vicende legate alle elezioni del 2009 e alla repressione del dissenso politico.

D’altra parte, né i leader dell’Onda Verde né i media riformisti stanno dimostrando grande attenzione per il caso Sakineh. A detta di alcuni iraniani, sarebbe stato lo stesso governo di Ahmadinejad a portare alla ribalta la vicenda, per intimidire la popolazione e allo stesso tempo “distrarre” l’opinione pubblica internazionale.

Chi mi conosce sa l'amore che mi lega all'Iran, alla sua cultura, alla sua gente. Come far capire, in giorni come questi, che l'Iran non è quel Paese primitivo che emerge dalle cronache? Come ricordare che la difesa dei diritti umani non dovrebbe mai essere usata strumentalmente?

Ricordo con orrore quando, nell’autunno del 2001, una senatrice italiana agitò in Aula un burqa sostenendo che la guerra che Bush stava per scatenare in Afghanistan era finalizzata a liberare le donne di quel Paese. Come siano andate davvero le cose, ora lo sappiamo tutti. E i venti che tirano negli ultimi mesi contro l’Iran non fanno presagire nulla di buono.

Forse l’unico modo per non arrendersi è provare a raccontare le cose come le conosciamo. Senza paura di essere in minoranza. È difficile, non impossibile.


martedì 4 maggio 2010

Presentazione al Salone di Torino


IRAN
La resa dei conti
(pagg. 112, € 11,00)

di ANTONELLO SACCHETTI
Prefazione di Daniela de Robert

Sabato 15 maggio, alle ore 15,30
Salone Internazionale del Libro di Torino
Lingotto fiere, via Nizza, 280
Sala Book



Con l’Autore interverranno Riccardo Noury e Farian Sabahi;

Dal cilindro di Ciro a oggi, un viaggio nei diritti umani. Il caso Iran

La crisi in Iran dell’estate 2009 non è solo elettorale. È la crisi di un regime, di un sistema di valori, dei suoi protagonisti.

Esattamente trent’anni dopo la rivoluzione e venti dopo la morte di Khomeini, le diverse forze politiche e sociali dell’Iran sono entrate in rotta di collisione. È perciò sbagliato ridurre la crisi post-elettorale a uno scontro tra potentati politici in cui i cittadini vengono usati come pedine. Le proteste di piazza sono fenomeni autentici e rappresentativi di una società che è cresciuta a una velocità maggiore rispetto alla politica.

Il risultato di questa combinazione di fattori è una “tempesta perfetta” inattesa e dirompente, che si è abbattuta sull’establishment politico iraniano e ha costretto il mondo intero a guardare questo Paese con occhi nuovi. Questo libro, scritto da uno dei principali esperti italiani, vuole raccontare cosa è accaduto e ipotizzare che cosa sarà l’Iran di domani.

Che cosa nascerà da questi mesi di manifestazioni e dura repressione è difficile dirlo. Ma dopo aver letto Iran. La resa dei conti forse avremo imparato anche noi a “non sottovalutare mai l’Iran”, come scrive Sacchetti, e a non escludere che si possa arrivare a una via iraniana alla democrazia (dalla prefazione di Daniela de Robert).


L’autore
Antonello Sacchetti, è nato a Roma il 14 giugno 1971. Giornalista, è fondatore e direttore responsabile della rivista telematica Il cassetto-L’informazione che rimane (http://www.ilcassetto.it). In passato ha lavorato per le sezioni italiane di Amnesty International e Save the Children Italia e come redattore in diverse testate. Ha scritto per Infinito edizioni i saggi I ragazzi di Teheran (2006) e Misteri persiani (2008).


Per informazioni: Infinito edizioni: 06 93162414
http://www.infinitoedizioni.it/info@infinitoedizioni.it
Maria Cecilia Castagna: 320/3524918
Serena Rossi: 340/9131468

venerdì 2 aprile 2010

Quando era l'Iran a tendere la mano


Nel 2003 Teheran propose agli Usa un grande accordo. Che però gli americani rifiutarono
Un grande accordo, un “great bargain”, per dirla all'inglese. Gli iraniani, in un accordo di “reciproco rispetto” si dichiarano pronti a interrompere il loro sostegno ad Hamas e alla Jihad islamica e di premere su questi gruppi affinché cessino gli attacchi ad Israele. Teheran si impegna inoltre a sostenere il disarmo di Hezbollah e a trasformarla in un partito politico. Per quanto riguarda la questione nucleare, l'Iran si dichiara pronto a ispezioni internazionali e si impegna a sottoscrivere il protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione.

L'Iran offre inoltre piena collaborazione nella lotta ad Al Qaeda e nella stabilizzazione politica in Iraq. Cosa forse più sorprendente, Teheran si dice pronta ad accettare il piano di pace saudita per il Medio Oriente del marzo 2002, nel quale i Paesi arabi di dicevano pronti alla pace con Israele in cambio del ritiro dai Territori occupati, la creazione di uno Stato palestinese, un'equa divisione di Gerusalemme e una soluzione equilibrata del problema dei profughi.

In cambio l'Iran chiede la consegna dei Mojaheddin del Popolo (MKO, formazione terroristica iraniana di stanza in Iraq dai tempi di Saddam, e un accordo di lungo termine che ponga fine alla contrapposizione con Washington. I punti sono pochi ma fondamentali: fine di ogni sanzione, riconoscimento degli interessi iraniani in Iraq e sostegno alla richiesta di riparazioni nei confronti di Baghdad per la guerra 1980 – 88, riconoscimento del diritto dell'Iran al nucleare civile e alle tecnologie chimiche e biologiche, e, infine, riconoscimento della legittimità del diritto di sicurezza iraniano nella regione.

No, non è né un pesce d'aprile né un'ipotesi da fantapolitica. È storia. Ce la racconta Trita Parsi in un libro molto interessante, purtroppo non ancora edito in Italia. Si intitola “The treacherous alliance. The Secret Dealings of Israel, Iran and the United States”, che può essere tradotto come “L'alleanza infida. Gli accordi segreti tra Israele, Iran e Stati Uniti”.

Quella raccontato poco sopra è l'offerta clamorosa che nel maggio 2003 (poche settimane dopo l'ingresso degli americani a Baghdad) gli iraniani fecero pervenire agli Stati Uniti tramite l'Ambasciata svizzera a Teheran. Il documento era stato elaborato dall'allora presidente Mohammad Khatami, dal suo ministro degli Esteri Kamal Kharrazi, dall'ambasciatore presso l'Onu Zarif, dall'ambasciatore a Parigi Sadegh Karrazi (nipote del ministro degli Esteri) e – sopratutto - aveva il placet della Guida suprema Ali Khamenei.

A Washington il vicepresidente Cheney e il segretario di Stato Rumsfeld risposero: “Noi non parliamo col diavolo”. Non solo, rimproverarono gli svizzeri per aver consegnato la proposta e il canale di comunicazione si chiuse lì.

Perché? Perché allora gli Usa erano convinti di stravincere in Iraq, che avevano invaso e occupato facilmente e lessero la proposta iraniana come una dimostrazione di paura e di debolezza. Si diceva già che Teheran fosse la tappa successiva della crociata neocon, dopo Kabul e Baghdad.

È doveroso ricordare che proprio per la guerra in Afghanistan, ci fu un'effettiva collaborazione tra iraniani e americani. Non solo Teheran concesse il diritto di sorvolo all'aviazione Usa, ma partecipò in modo determinante alla Conferenza di Bonn sul futuro dell'Afghanistan e fu il Paese più generoso al vertice dei paesi donatori di Tokyo. Nonostante questo atteggiamento (frutto di una serie di vertici segreti ma ormai appurati tra americani e iraniani), Bush inserì Teheran nell'Asse del Male nel suo discorso sullo Stato dell'Unione nel gennaio 2002, inferendo un colpo pesantissimo sul futuro politico di Khatami. Allora Washington aveva una posizione molto ideologica e non riteneva conveniente un dialogo con Teheran.

Ora le cose sono cambiate ed è stato Obama a tendere una mano che per il momento Teheran non sembra disposta ad accogliere. Ma è anche vero che non si può capire il presente se non si guarda nemmeno all'altroieri.

giovedì 18 marzo 2010

Un ottantanove persiano

In Iran sta per cominciare un nuovo anno. Cosa è cambiato dall’ormai celebre messaggio di Obama ad oggi



Il 1388 sarà ricordato come uno degli anni (persiani) più intensi che l’Iran abbia mai vissuto. È passato giusto un anno dal video messaggio di Obama in occasione del No Ruz, il capodanno persiano. In meno di 12 mesi in Iran si è passati da momenti di euforia e speranza ad altri di angoscia e disperazione. Per la maggior parte dell’opinione pubblica mondiale, le manifestazioni del giugno 2009 sono state una rivelazione. L’Onda verde è diventato in poche settimane un fenomeno raccontato prima dalla tv e poi dai social network. L’Onda verde, in poche parole, è diventata il volto positivo di un Paese che dal 1979 non gode certo di buona stampa. Va però detto che spesso si è sostituito uno stereotipo con un altro. Se prima del giugno 2009 l’Iran era per molti occidentali un Paese arretrato e abitato soltanto ayatollah barbuti, adesso si tende a enfatizzare il ruolo dei giovani belli, istruiti e senza paura che lottano per la democrazia contro un potere feroce.

Da questa semplificazione nascono una serie di giudizi e previsioni erronei e grossolani. Se è indubbio che a nove mesi dalle elezioni presidenziali, la Repubblica islamica non è di certo uscita dalla sua crisi più grave, è altrettanto evidente che questo sistema politico non è affatto prossimo a quel crollo che in tanti consideravano imminente.

Partiamo da un dato basilare, spesso trascurato: l’Onda verde non nasce come movimento di protesta contro il sistema ma come campagna per Mousavi, candidato d’opposizione in una delle elezioni più vivaci e più partecipate della Repubblica islamica e della storia iraniana in assoluto. Non è un dettaglio, ma un dato sostanziale. Il 12 giugno l’85 per cento degli aventi diritto si mette in fila e va a votare. Cosa sarebbe accaduto se gli iraniani avessero accolto in massa il suggerimento del premio Nobel Shirin Ebadi (per fare un esempio) e avessero boicottato il voto? Probabilmente la rielezione di Ahmadinejad sarebbe avvenuta senza clamore, e in caso di brogli, nessuno o quasi avrebbe protestato. Già nel 2005 Mehdi Karroubi, candidato anche allora, aveva denunciato l’ingerenza dei pasdaran nelle operazioni di voto. Ma la palese disaffezione degli iraniani per la politica, dimostrata dall’alta astensione, non aveva portato a nulla. Stavolta invece la protesta è esplosa in modo inatteso e ha finito per trascinare l’intero sistema in una crisi senza precedenti.

Il confronto con la rivoluzione del 1979 è improponibile. Il regime dello scià, proprio perché espressione di una sola persona, era meno elastico e crollò rapidamente. La Repubblica islamica è un sistema molto più complesso e intrecciato con la realtà del Paese. Ne è un esempio la questione delle sanzioni: come colpire “soltanto” i pasdaran se nei loro “interessi” si contano 65 società che – dalla telefonia ai trasporti – hanno a che fare con la vita quotidiani degli iraniani?

Da 31 anni l’Iran ha adottato un sistema politico originale, complicato, non privo di elementi democratici ma incentrato sulla figura del rahbar, la Guida suprema. Come sostiene lo studioso francese Bernard Hourcard, l’Iran non è ancora una democrazia, ma è una repubblica. E non è cosa da poco, soprattutto in Medio Oriente, dove la maggior parte dei Paesi sono governati da autocrazie più o meno palesi.

Ed è su Khamenei, piuttosto che su Ahmadinejad, che dovrebbero concentrarsi le analisi politiche. Non solo perché la Guida – secondo la Costituzione iraniana - è più importante del presidente, ma anche perché è il comportamento di Khamenei ad aver inciso in maniera significativa sugli eventi degli ultimi mesi. Schierandosi in difesa dei brogli, la Guida ha perso qualsiasi credibilità e autorevolezza e ha spinto i manifestanti ad assumere posizioni sempre più anti-sistema. Superate le elezioni, le distanze tra presidente e Guida si sono fatte sempre più grandi. Non è azzardato affermare che al momento Ahmadinejad deve affrontare due avversari: l’opposizione riformista e un fronte conservatore che si riconosce ancora in Khamenei. Gli stessi pasdaran (dai quali Ahmadinejad proviene) sono di fatto una forza (economica, politica e militare) se non proprio indipendente, di certo autonoma.

Queste differenze si sono viste soprattutto in politica estera. Ad ottobre Ahmadinejad l’accordo sul nucleare l’avrebbe firmato, per incassare un successo e riaccreditarsi come leader a livello internazionale. Ma sono stati Guida suprema e pasdaran a fermare il dialogo. Non c’è tanto una ritrosia dettata da motivazioni ideologiche: i politici iraniani sanno essere anche molto pragmatici, all’occorrenza. Ricordiamo che durante la guerra con l’Iraq, lo stesso Khomeini accettò di buon grado armi israeliane sotto banco pur di fronteggiare Saddam. Così oggi Khamenei e pasdaran non vogliono un’apertura internazionale soprattutto perché la tensione è un ottimo diversivo rispetto ai problemi interni e un elemento che ricompatta gli iraniani, sempre molto nazionalisti. Le stessa sanzioni Usa ci sono di fatto da 30 anni e hanno sempre rafforzato i conservatori, non certo l’opposizione. Cominciano a capirlo anche a Washington: l’8 marzo il vice segretario al Tesoro Usa Neil Wolin ha dichiarato che “compagnie come Microsoft, Google e Yahoo potranno operare nei paesi nei confronti dei quali gli Usa hanno politiche di embargo”. Meglio tardi che mai, visto che l’embargo sul web finisce col danneggiare proprio chi dall’Iran cerca di far uscire notizie.

Quando Hillary Clinton ha dichiarato che l’Iran rischia di diventar una dittatura militare, denuncia una realtà politica iniziata non ora, ma con la prima elezione di Ahmadinejad nel 2005. Da allora la presenza di militari ed ex militari nelle istituzioni è sempre più massiccia. Ma le “preoccupazioni” della Clinton non devono trarre in inganno: questa amministrazione – come tutte le precedenti – pensa agli interessi e agli elettori americani. Se Washington avesse tanto a cuore le sorti della democrazia in Medio Oriente, forse dovrebbe cominciare a guardare in casa dei suoi alleati, dall’Egitto all’Arabia Saudita, dalla Giordania ai Paesi arabi del Golfo Persico.

Sulla questione nucleare, dopo una breve fase interlocutoria, Russia e Cina sembrano confermare un sostanziale appoggio a Teheran, frenando su nuove sanzioni. D’altra parte, gli interessi economici in ballo sono enormi. L' Iran è il terzo fornitore di petrolio della Cina, dopo Arabia Saudita e Angola, e nei primi 8 mesi del 2009 l' export iraniano in Cina è stato di oltre 2 miliardi di dollari, con una crescita del 26,4% rispetto al 2008.

In questo quadro generale non ha molto senso parlare di un cambio radicale di regime, magari indotto dall’esterno. È anzi auspicabile che i vari Mousavi, Karroubi e Khatami continuino a sostenere l’Onda verde e che anzi ne indirizzino le azioni alla ricerca di uno sbocco politico. Perché gli ultimi sviluppi (il sostanziale fallimento delle dimostrazioni dell’11 febbraio) dimostrano come questo movimento rischia di sprecare energie e tempo se non individua obiettivi concreti.

Mousavi ha recentemente dichiarato che la Costituzione iraniana non è una “rivelazione immutabile”, suggerendo di apportare alcune modifiche sulla base “delle richieste del popolo e della nostra esperienza nazionale”. Troppo poco? Un amico rifugiato politico, scappato dall’Iran nell’estate 2009 continua a dire: “Noi non vogliamo una rivoluzione”. Questo potrà non piacere a molti, ma l’alternativa qual è?

Il vero banco di prova sarà nei prossimi mesi la situazione economica. Il governo Ahmadinejad ha infatti varato una drastica riforma del sistema di sussidi che rischia di provocare un sensibile peggioramento degli standard di vita dei ceti popolari. All’interno dell’Onda verde potrebbero trovare spazio le istanze di un movimento sindacale vittima – specie negli ultimi mesi - di una repressione brutale.

L’ayatollah Khomeini, nel suo testamento politico, ammonì i propri successori: “Se perderete il sostegno dei diseredati, farete la fine dei Pahlevi”. Probabilmente l’establishment ha ben chiaro questo rischio, ma trovare una via d’uscita non è semplice. Se anche dalla tempesta si dovesse passare a un periodo di bonaccia, il problema sarebbe soltanto riandato. Chi prenderà il posto di Khamenei? Sarà ancora proponibile un’unica Guida?

Nelle ultime settimane l’Onda verde ha proposto un referendum come via d’uscita dalla crisi. Non si capisce però su cosa sarebbero chiamati a votare gli iraniani. Sul risultato delle presidenziali di un anno fa, come suggerisce Khatami? Oppure sui poteri del Consiglio dei Guardiani, come invece vorrebbe Karroubi? Questa vaghezza di intenti riassume perfettamente i limiti di un movimento. Se l’Onda verde vuole continuare a essere protagonista anche nel 1389, deve cercare di trovare al più presto una sponda politica.