giovedì 28 ottobre 2010

Le responsabilità comuni


Il viceministro degli Esteri iraniano Ali Ahani a un convegno organizzato a Roma dall’Ipalmo


Iran e Italia non solo possono ma devono collaborare per risolvere problemi e preoccupazioni comuni. È quanto emerso dalla conferenza 'Repubblica Islamica dell'Iran - Italia: responsabilità comuni e differenze nel mondo in evoluzione', organizzato il 27 ottobre a Roma dall'Ipalmo (Istituto per le relazioni tra l'Italia e i Paesi dell'Africa, America Latina, Medio ed Estremo Oriente). Hanno partecipato il presidente dell’Ipalmo Gianni De Michelis, il sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi e il viceministro degli Esteri iraniano Ali Ahani.


De Michelis: “Peccato non aver raccolto intesa turco - brasiliana sul nucleare”

Che il tono e i contenuti del convegno non sarebbero stati banali, lo si è intuito già dall’introduzione del presidente dell’Ipalmo Gianni De Michelis che ha affrontato senza giri di parole la querelle nucleare, giudicando “un errore non aver sfruttato l'iniziativa turco-brasiliana”. Come si ricorderà, a maggio 2010 è stato sottoscritto un accordo tra Iran, Turchia e Brasile, che impegna Teheran a trasferire 1.200 chilogrammi di uranio non arricchito sul suolo turco per ricevere in cambio 120 chilogrammi di uranio arricchito al 20 per cento. La comunità internazionale non raccolse però quella proposta e da allora non si sono fatti passi in avanti.


L’iniziativa turco-brasiliana è stata, secondo De Michelis, “il primo segno del mondo 'post - Pittsburgh' (città Usa sede a settembre 2009 del vertice G-20). Un Paese occidentale come il Brasile e un membro della Nato come la Turchia sono oggi capaci di iniziative come questa. Dobbiamo adeguarci all’evoluzione del mondo e pensare a una governance multilaterale”.


“L’Unione europea – aggiunge- ha sbagliato a non partecipare alla conferenza sul disarmo nucleare svoltasi a Teheran in aprile. Io ci sono stato a titolo personale ed è stata molto utile. Oltretutto, affermava le stesse cose che contemporaneamente diceva Obama a Washington: nucleare civile per tutti, nucleare militare per nessuno”.


Stefania Craxi: “Perché le sanzioni”

Il sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi ha spiegato il perché dell’appoggio italiano alle sanzioni all’Iran: “Le riteniamo utili per indurre il governo iraniano a un ripensamento delle proprie posizioni sul nucleare”, aggiungendo che “i segnali provenienti da Teheran non sono sempre di facile interpretazione. Vorrei interpretarli ottimisticamente come segnali di disponibilità al dialogo, ma quest'opportunità rischia col tempo di chiudersi e di lasciare il passo a scenari pericolosi, dai quali nessuno degli attori in gioco avrebbe nulla da guadagnare".
In riferimento al caso Sakineh, Stefania Craxi ha invitato gli organi di sicurezza iraniani a non fare "pressioni indebite sui legali e i familiari" di Sakineh. "La notizia del loro arresto finora né confermata né smentita - ha aggiunto la Craxi - non può non alimentare una legittima preoccupazione a riguardo". La Craxi ha poi auspicato che il dibattito nato in Iran "sull'abolizione dal codice penale di misure crudeli come la lapidazione" raggiunga presto risultati positivi.


Ahani: “No a dialogo con Talebani”

Stabilizzazione dell’Afghanistan, sicurezza energetica, lotta al narcotraffico e lotta al terrorismo. Su questi 4 grandi temi si può fondare una collaborazione duratura ed efficace tra Italia e Iran. Ahani propone una “lettura diversa della situazione politica internazionale”, che non può più essere governata da istituzioni che si basano su un passato lontano, ormai superato. Iran e Ue hanno molti problemi in comune e devono trovare soluzioni costruttive attraverso l’interazione”.


In merito all’Afghanistan, il viceministro iraniano sottolinea come l’instabilità sia dovuta alla mancata comprensione della realtà da parte degli Usa. “Dopo 9 anni di occupazione militare, la situazione è ancora più complicata. Aggiungere nuove truppe non farebbe che peggiorare le cose. La mancata ottemperanza degli impegni stabiliti dalla Conferenza di Bonn (novembre 2001, ndr) ha determinato il fallimento dell’approccio internazionale”. In questo senso, il ritiro delle truppe italiane entro il 2014 è giudicato “tardivo ma importante”.


Da Ahani un no deciso alle trattative con i Talebani: "Non si può essere fiduciosi che elementi estremisti riescano a portare stabilità e sicurezza in Afghanistan. Queste forze, per loro natura, se entrassero nel governo cercherebbero di prendere il controllo assoluto, escludendo gli altri gruppi". La comunità internazionale dovrebbe piuttosto puntare sul rafforzamento economico e istituzionale dell’Afghanistan.


L’Iran e il progetto Nabucco

Il viceministro iraniano ha ricordato che il suo Paese è il secondo al mondo per riserve di gas e il terzo per quelle di petrolio. “Il fabbisogno mondiale di greggio salirà dagli 11 miliardi di tonnellate di oggi a 14 miliardi entro il 2020. Se per colpa delle ‘ragnatele della politica’ l’Unione europea escluderà l’Iran dal progetto Nabucco (gasdotto per l’importazione di gas naturale dal Caspio, ndr), non farà altro che aumentare la propria dipendenza energetica”. Ahani non lo dice, ma è chiaro che dietro a queste manovre c’è la Russia, preoccupata di perdere una parte consistente del proprio potere energetico. Lo stesso ragionamento vale per l’oleodotto Pars, che dovrebbe portare petrolio dall’Iran all’Europa attraverso l’Iraq e la Siria: “Escluderci sarebbe un errore gravissimo, soprattutto per voi: noi il gas e il petrolio li vendiamo comunque “.


India e Cina sono infatti i nuovi grandi partner commerciali di Teheran, mentre l’interscambio con l’Italia perde i colpi. Per la preoccupazione delle imprese nostrane e del presidente della Camera di commercio italo iraniana, rappresentata in sala dal Segretario generale Pierluigi D’Agata.


Un’amicizia da custodire. Nonostante Berlusconi

Ahani – rispondendo a una domanda di un giornalista – ritiene che “gli antichi legami di amicizia tra Italia e Iran siano un tesoro da custodire gelosamente”, nonostante alcune dichiarazioni ostili del premier Berlusconi. “L'Iran è un partner sicuro e stabile. Non siamo una minaccia per nessuno, non vogliamo mettere paura a nessuno. Rispettiamo il Trattato di non proliferazione e le nostre attività sono monitorate dall'Agenzia internazionale dell'energia atomica. È ovvio che vogliamo produrre combustibile atomico: la Russia ce lo ha fornito solo per un anno. Possiamo rischiare che non ci vendano combustibile per il reattore di ricerca medica di Teheran? Avremmo bisogno di 20 centrali per il fabbisogno energetico del Paese: perché il combustibile deve essere monopolio di quattro potenze mondiali?”. Le sanzioni, dice Ahani, colpiscono il popolo iraniano, e certo non incoraggiano il dialogo. Ad ogni modo, l'Iran sta valutando dettagli e tempistica" della proposta avanzata dal capo della diplomazia dell'Ue Catherine Ashton, rappresentante del gruppo di mediazione con l'Iran'5+1' (ovvero Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina più laGermania), che ha proposto a Teheran di riprendere il dialogo sulla questione nucleare.


Una conferenza internazionale sul terrorismo

La tragedia dell’11 settembre è stata utilizzata in modo strumentale. Si parla di lotta al terrorismo – prosegue Ahani – ma l’Europa e l’Italia continuano a ospitare i Mojaheddin del Popolo, mascherati sotto nomi diversi. Non è una contraddizione con i principi dell’Ue?’”. L’Iran è una vittima del terrorismo e per questo intende promuovere una conferenza internazionale sul tema, da tenersi a Teheran nel 2011, aperta agli esperti italiani”.


Sul caso Sakineh, Ahani parla di una “sceneggiata anti iraniana creata da un lavoro di lobbying”. “Si tratta di un caso risalente a 6 anni fa. Il procedimento penale è in corso , e non vi e' nessuna sentenza definitiva". Secondo Ahani, la promozione dei diritti umani deve essere un impegno comune, ma deve esserci un rispetto reciproco e non ci devono essere né strumentalizzazioni né doppi standard”.

mercoledì 27 ottobre 2010

Vecchi nemici e nuove alleanze


C'è l'Iran dietro la formazione del nuovo governo iracheno guidato da Al Maliki? Qual è il ruolo di Teheran nell'attuale fase politica mediorientale? Ne parlano in studio Ahmad Rafat e Antonello Sacchetti.

Si discute inoltre del recente viaggio del presidente iraniano Mamhud Ahmadinejad in Libano e della partecipazione dell'Iran al vertice per l'Afghanistan.

Guarda il video della puntata:
http://www.ilcassetto.it/notizia.php?tid=1188

Gli Usa e l'influenza iraniana in Afghanistan


L'Iran ha cominciato ad immettere combustibile nel reattore della centrale nucleare di Bushehr. La costruzione dell’impianto è stata completata con l’aiuto della Russia: l'uranio arricchito per alimentare la centrale è stato fornito da Mosca in base a un accordo che prevede la restituzione del materiale una volta utilizzato, in modo da evitare eventuali impieghi per ordigni atomici. Intanto, Teheran ha ammesso pure di aver fornito finanziamenti all'Afghanistan, ma solo per la "ricostruzione" del Paese. Ieri il presidente Karzai aveva parlato degli aiuti da parte della Repubblica islamica e gli Stati Uniti si erano detti “preoccupati” per quelli che avevano definito “tentativi di Teheran di esercitare un'influenza negativa sull'Afghanistan”.


Per un commento, ascoltiamo Antonello Sacchetti, profondo conoscitore della realtà iraniana, intervistato da Giada Aquilino: R. - L’Iran ha tradizionalmente una secolare influenza sull’Afghanistan. La ha dal punto di vista culturale e non solo da quello politico. Basti pensare che la lingua ufficiale dell’Afghanistan è il dari, che è una variante del persiano. Sfido chiunque a trovare un Paese - tra quelli che sono intervenuti in Afghanistan - che non abbia dato soldi all’Afghanistan, in particolare anche ai governanti di quel Paese. Ci sono tanti motivi che legano poi questa situazione degli interessi nazionali dell’Iran: ci sono migliaia di chilometri di frontiere tra i due Paesi, ma tra i due Paesi c’è anche una continua - e mai interrotta - disputa riguardo alle responsabilità sul traffico di droga. Al di là di questo, però, diciamo che l’Iran esercita la sua naturale vocazione a potenza media regionale, a Paese cioè che comunque influisce sulle sorti degli Stati vicini.D. - A livello interno, l’Iran si sta concentrando sul reattore di Bushehr, dove avvierà la produzione di energia elettrica all’inizio del 2011. Bushehr che capitolo rappresenta del programma nucleare iraniano?R. - Direi che forse è il primo capitolo di una storia veramente infinita, perché Bushehr è il reattore che si cominciò a costruire addirittura nel 1975. Di fatto, i lavori in questo reattore avvengono sotto la supervisione dell’Aiea, in un momento in cui forse si sta saggiando il terreno in vista di una ripresa dei colloqui sul nucleare del Gruppo 5+1.


Ascolta il file audio:


mercoledì 29 settembre 2010

Focus Iran


All'interno del Festival Immagimondo - Serata dedicata all’Iran, situazione politica e vita quotidiana. Presentazione del libro “Iran. La resa dei conti”.Incontro con l’autore Antonello Sacchetti, giornalista e scrittore.Racconti di viaggio, incontro con viaggiatori.


IMMAGIMONDO, Festival di Viaggi, Luoghi e Culture si tiene da sabato 25 settembre a domenica 10 ottobre 2010 nella piazze della città di Lecco e in sedi prestigiose della Provincia.


Numerosi saranno gli eventi culturali - proiezioni di filmati di viaggio, mostre fotografiche, incontri con esperti Viaggiatori, presentazioni di libri, conferenze, laboratori di scrittura, fotografia e carnet de voyage – previsti nei giorni della manifestazione. Da visitare, i Tavoli dei Viaggiatori, cuore ed anima del Festival, e gli stand degli Espositori.


FOCUS IRAN

Venerdì 1 ottobre

ore 21
Sala Don Ticozzi Via Ongania, 4Lecco, Italy


http://www.immagimondo.it/

venerdì 10 settembre 2010

LA PRIMA PIETRA


Il caso Sakineh tra buone intenzioni e usi strumentali



È appena arrivata la notizia della sospensione della lapidazione di Sakineh Ashtiani. Il verdetto sarà sottoposto a revisione. È una buona notizia, anche se la vicenda non è ancora giunta a una conclusione. In questi giorni ci sono stati appelli, le dichiarazioni, firme di personaggi dello sport e dello spettacolo. E anche commenti spesso fuori luogo o fuori misura. Qualcuno ha suggerito improbabili ruoli di mediazione per Gheddafi, altri si sono sbilanciati in previsioni quanto meno azzardate sulla data dell’esecuzione.

La mobilitazione permanente ha l’indubbio merito di tenere costante l’attenzione sulla vicenda e – si spera – di salvare la vita della donna. È altrettanto innegabile, tuttavia, che per tutti noi questa sia una battaglia semplice. Chi mai, in Italia e in Europa, oggi non si schiererebbe contro la lapidazione? E forse proprio questo dato di fatto dovrebbe farci riflettere su alcuni aspetti della vicenda e, più in generale, su come le violazioni dei diritti umani siano “percepite”.


Cito alla lettera da Amnesty International:
La lapidazione resta in vigore, come sanzione penale, in diversi paesi o regioni di paesi, tra cui, oltre all'Iran, l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, la Nigeria, il Pakistan, il Sudan e lo Yemen. Nella provincia di Aceh, Indonesia, la pena della lapidazione è stata introdotta nel 2009.

Esecuzioni di sentenze giudiziarie alla lapidazione, negli ultimi anni, sono state riferite solo dall'Iran. Nonostante le autorità avessero annunciato una moratoria nel 2002, quattro anni dopo sono state lapidate almeno sei persone. Almeno otto donne e tre uomini si trovano attualmente nei bracci della morte del paese, in attesa della lapidazione
.


Questo per quanto riguarda la lapidazione. Pratica terribile, definita spesso “disumana” ma invece tanto terribile proprio perché umana. Inventata, escogitata cioè migliaia di anni fa dall'uomo per dare un valore particolare a quella forma di omicidio. Nell'antichità la lapidazione serviva a rendere tutta una collettività responsabile dell’esecuzione di un condannato. Le prime pietre venivano scagliate dai testimoni. A seguire, tutti gli altri. La Bibbia contiene molti esempi di condanne per lapidazione, per i reati più vari: dalla bestemmia all'idolatria, dall'omicidio all'adulterio.

E Gesù crea scandalo quando si oppone a questa pratica. Lasciamo che sia Giovanni a raccontarci i fatti:


In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma all'alba si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui ed egli, sedutosi, li ammaestrava.
Allora gli scribi e i farisei gli conducono una donna sorpresa in adulterio e, postala nel mezzo, gli dicono: Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?. Questo dicevano per metterlo alla prova e per avere di che accusarlo.
Ma Gesù, chinatosi, si mise a scrivere col dito per terra.
E siccome insistevano nell'interrogarlo, alzò il capo e disse loro: Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei. E chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Ma quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani fino agli ultimi.
Rimase solo Gesù con la donna là in mezzo. Alzatosi allora Gesù le disse: Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?. Ed essa rispose: Nessuno, Signore. E Gesù le disse: Neanch'io ti condanno; va' e d'ora in poi non peccare più
.
(Vangelo di Giovanni 8, 1-11)

E' una storia conosciuta e citata da miliardi di persone. Una storia che, come sappiamo, non ci parla soltanto di lapidazione. E qui sorge un sospetto.

Se Sakineh invece che per lapidazione venisse uccisa per impiccagione, la sua sorte sarebbe forse meno crudele? E su cosa vogliamo discutere: sul fatto che un'iniezione letale sia più “civile” di una lapidazione o di una decapitazione? Eppure queste altre forme di esecuzione sono applicate in modo costante. La prima negli Stati Uniti, la seconda in Arabia Saudita.

È impressionante, a questo proposito, come il regime saudita continui a godere di una pressoché totale impunità sia a livello diplomatico sia di opinione pubblica internazionale. Eppure le violazioni dei diritti umani continuano a essere gravissime. Ma quello di Riad è un regime amico dell'Occidente. Per non parlare degli Emirati Arabi Uniti o del Pakistan.

Il caso di Sakineh è divenuto in pochi giorni il simbolo delle violazioni dei diritti umani in Iran. Tanto che altri casi sono passati praticamente sotto silenzio. La scorsa settimana, a manifestare per Shiva Nazar Ahari, prigioniera politica anche lei a rischio di pena capitale, eravamo sì e no 20 persone.

Nella sua estrema drammaticità, il caso Sakineh sembra più “facile” da comprendere e condannare, rispetto alle vicende legate alle elezioni del 2009 e alla repressione del dissenso politico.

D’altra parte, né i leader dell’Onda Verde né i media riformisti stanno dimostrando grande attenzione per il caso Sakineh. A detta di alcuni iraniani, sarebbe stato lo stesso governo di Ahmadinejad a portare alla ribalta la vicenda, per intimidire la popolazione e allo stesso tempo “distrarre” l’opinione pubblica internazionale.

Chi mi conosce sa l'amore che mi lega all'Iran, alla sua cultura, alla sua gente. Come far capire, in giorni come questi, che l'Iran non è quel Paese primitivo che emerge dalle cronache? Come ricordare che la difesa dei diritti umani non dovrebbe mai essere usata strumentalmente?

Ricordo con orrore quando, nell’autunno del 2001, una senatrice italiana agitò in Aula un burqa sostenendo che la guerra che Bush stava per scatenare in Afghanistan era finalizzata a liberare le donne di quel Paese. Come siano andate davvero le cose, ora lo sappiamo tutti. E i venti che tirano negli ultimi mesi contro l’Iran non fanno presagire nulla di buono.

Forse l’unico modo per non arrendersi è provare a raccontare le cose come le conosciamo. Senza paura di essere in minoranza. È difficile, non impossibile.


martedì 4 maggio 2010

Presentazione al Salone di Torino


IRAN
La resa dei conti
(pagg. 112, € 11,00)

di ANTONELLO SACCHETTI
Prefazione di Daniela de Robert

Sabato 15 maggio, alle ore 15,30
Salone Internazionale del Libro di Torino
Lingotto fiere, via Nizza, 280
Sala Book



Con l’Autore interverranno Riccardo Noury e Farian Sabahi;

Dal cilindro di Ciro a oggi, un viaggio nei diritti umani. Il caso Iran

La crisi in Iran dell’estate 2009 non è solo elettorale. È la crisi di un regime, di un sistema di valori, dei suoi protagonisti.

Esattamente trent’anni dopo la rivoluzione e venti dopo la morte di Khomeini, le diverse forze politiche e sociali dell’Iran sono entrate in rotta di collisione. È perciò sbagliato ridurre la crisi post-elettorale a uno scontro tra potentati politici in cui i cittadini vengono usati come pedine. Le proteste di piazza sono fenomeni autentici e rappresentativi di una società che è cresciuta a una velocità maggiore rispetto alla politica.

Il risultato di questa combinazione di fattori è una “tempesta perfetta” inattesa e dirompente, che si è abbattuta sull’establishment politico iraniano e ha costretto il mondo intero a guardare questo Paese con occhi nuovi. Questo libro, scritto da uno dei principali esperti italiani, vuole raccontare cosa è accaduto e ipotizzare che cosa sarà l’Iran di domani.

Che cosa nascerà da questi mesi di manifestazioni e dura repressione è difficile dirlo. Ma dopo aver letto Iran. La resa dei conti forse avremo imparato anche noi a “non sottovalutare mai l’Iran”, come scrive Sacchetti, e a non escludere che si possa arrivare a una via iraniana alla democrazia (dalla prefazione di Daniela de Robert).


L’autore
Antonello Sacchetti, è nato a Roma il 14 giugno 1971. Giornalista, è fondatore e direttore responsabile della rivista telematica Il cassetto-L’informazione che rimane (http://www.ilcassetto.it). In passato ha lavorato per le sezioni italiane di Amnesty International e Save the Children Italia e come redattore in diverse testate. Ha scritto per Infinito edizioni i saggi I ragazzi di Teheran (2006) e Misteri persiani (2008).


Per informazioni: Infinito edizioni: 06 93162414
http://www.infinitoedizioni.it/info@infinitoedizioni.it
Maria Cecilia Castagna: 320/3524918
Serena Rossi: 340/9131468

venerdì 2 aprile 2010

Quando era l'Iran a tendere la mano


Nel 2003 Teheran propose agli Usa un grande accordo. Che però gli americani rifiutarono
Un grande accordo, un “great bargain”, per dirla all'inglese. Gli iraniani, in un accordo di “reciproco rispetto” si dichiarano pronti a interrompere il loro sostegno ad Hamas e alla Jihad islamica e di premere su questi gruppi affinché cessino gli attacchi ad Israele. Teheran si impegna inoltre a sostenere il disarmo di Hezbollah e a trasformarla in un partito politico. Per quanto riguarda la questione nucleare, l'Iran si dichiara pronto a ispezioni internazionali e si impegna a sottoscrivere il protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione.

L'Iran offre inoltre piena collaborazione nella lotta ad Al Qaeda e nella stabilizzazione politica in Iraq. Cosa forse più sorprendente, Teheran si dice pronta ad accettare il piano di pace saudita per il Medio Oriente del marzo 2002, nel quale i Paesi arabi di dicevano pronti alla pace con Israele in cambio del ritiro dai Territori occupati, la creazione di uno Stato palestinese, un'equa divisione di Gerusalemme e una soluzione equilibrata del problema dei profughi.

In cambio l'Iran chiede la consegna dei Mojaheddin del Popolo (MKO, formazione terroristica iraniana di stanza in Iraq dai tempi di Saddam, e un accordo di lungo termine che ponga fine alla contrapposizione con Washington. I punti sono pochi ma fondamentali: fine di ogni sanzione, riconoscimento degli interessi iraniani in Iraq e sostegno alla richiesta di riparazioni nei confronti di Baghdad per la guerra 1980 – 88, riconoscimento del diritto dell'Iran al nucleare civile e alle tecnologie chimiche e biologiche, e, infine, riconoscimento della legittimità del diritto di sicurezza iraniano nella regione.

No, non è né un pesce d'aprile né un'ipotesi da fantapolitica. È storia. Ce la racconta Trita Parsi in un libro molto interessante, purtroppo non ancora edito in Italia. Si intitola “The treacherous alliance. The Secret Dealings of Israel, Iran and the United States”, che può essere tradotto come “L'alleanza infida. Gli accordi segreti tra Israele, Iran e Stati Uniti”.

Quella raccontato poco sopra è l'offerta clamorosa che nel maggio 2003 (poche settimane dopo l'ingresso degli americani a Baghdad) gli iraniani fecero pervenire agli Stati Uniti tramite l'Ambasciata svizzera a Teheran. Il documento era stato elaborato dall'allora presidente Mohammad Khatami, dal suo ministro degli Esteri Kamal Kharrazi, dall'ambasciatore presso l'Onu Zarif, dall'ambasciatore a Parigi Sadegh Karrazi (nipote del ministro degli Esteri) e – sopratutto - aveva il placet della Guida suprema Ali Khamenei.

A Washington il vicepresidente Cheney e il segretario di Stato Rumsfeld risposero: “Noi non parliamo col diavolo”. Non solo, rimproverarono gli svizzeri per aver consegnato la proposta e il canale di comunicazione si chiuse lì.

Perché? Perché allora gli Usa erano convinti di stravincere in Iraq, che avevano invaso e occupato facilmente e lessero la proposta iraniana come una dimostrazione di paura e di debolezza. Si diceva già che Teheran fosse la tappa successiva della crociata neocon, dopo Kabul e Baghdad.

È doveroso ricordare che proprio per la guerra in Afghanistan, ci fu un'effettiva collaborazione tra iraniani e americani. Non solo Teheran concesse il diritto di sorvolo all'aviazione Usa, ma partecipò in modo determinante alla Conferenza di Bonn sul futuro dell'Afghanistan e fu il Paese più generoso al vertice dei paesi donatori di Tokyo. Nonostante questo atteggiamento (frutto di una serie di vertici segreti ma ormai appurati tra americani e iraniani), Bush inserì Teheran nell'Asse del Male nel suo discorso sullo Stato dell'Unione nel gennaio 2002, inferendo un colpo pesantissimo sul futuro politico di Khatami. Allora Washington aveva una posizione molto ideologica e non riteneva conveniente un dialogo con Teheran.

Ora le cose sono cambiate ed è stato Obama a tendere una mano che per il momento Teheran non sembra disposta ad accogliere. Ma è anche vero che non si può capire il presente se non si guarda nemmeno all'altroieri.