L’Onda Verde iraniana guarda alla rivolta egiziana e riprende coraggio. Differenze e analogie tra le due situazioni
Ci sono analogie tra la situazione politica egiziana e quella iraniana? Quanto sta accadendo al Cairo influenzerà il futuro immediato di Teheran? Sarebbe sbagliato considerare il Medio Oriente come un’area politica omogenea. Ci sono differenze sostanziali già tra Tunisia e Algeria, Paesi vicini e con una storia simile. Simile ma non identica. Basti pensare al fatto che l’Algeria è stata colonia francese, mentre la Tunisia è stata “solo” un protettorato. Differenza non banale, che ha determinato una diversa maturità della società civile e dell’apparato statale nel passaggio all’indipendenza.
Ancora più grandi le differenze tra due grandi Paesi come l’Egitto e l’Iran. Tahseen Bashir, diplomatico e intellettuale egiziano scomparso nel 2002, sosteneva che il suo Paese e l’Iran sono I soli veri Paesi del Medio Oriente, mentre tutti gli altri non sono che “tribù con le bandiere”.
Due grandi Paesi con destini che si intrecciano, si specchiano, si contrappongono. Eredi di due grandi civiltà preislamiche, due grandi imperi che hanno lasciato tracce profonde nella cultura dei due Paesi. Nell’Iran contemporaneo c’è ancora molto della Persia antica. A cominciare dalle Feste di origine zoroastriana, ad esempio. L’Egitto dei Faraoni è forse più relegato ai musei che al vissuto quotidiano, ma rimane comunque un elemento importante del patrimonio culturale del Paese nordafricano, soprattutto come richiamo turistico.
L’Egitto è un Paese a maggioranza sunnita, ma tra il X e il XII secolo conobbe un’epoca di grande sviluppo sotto il califfato sciita dei Fatimidi. In epoca più recente, vale la pena ricordare che l’iraniano Mossadeq prima (e per breve tempo) e l’egiziano Nasser poi sono stati paladini nazionalisti contro l’ingerenza dei Paesi occidentali.
È in Egitto che nasce il movimento dei Fratelli Musulmani, ma è in Iran che nel 1979 scoppia la rivoluzione che porterà alla creazione della Repubblica islamica. Lo spiega molto efficacemente Vali Nasr nel suo Forces of Fortune: “Avvenne tutto rapidamente. Il mondo musulmano cambio drammaticamente nei brevi 32 mesi che sperarono il ritorno dell’Ayatollah Khomeini in Iran il 1° febbraio 1979 e l’assassinio di Anwar Sadat al Cairo, il 6 ottobre 1981. In quei mesi di grandi sconvolgimenti le forze della rivoluzione islamica presero il potere in Iran; il Pakistan si proclamò Stato islamico; l’Unione Sovietica scatenò una jihad invadendo l’Afghanistan: e il presidente egiziano Anwar Sadat fu assassinato da fondamentalisti radicali. Da quegli anni fatidici, ci sono state molte altre rivolte violente, sconti mortali, attacchi terroristici e repressioni sanguinose, insieme all’inasprirsi di comportamenti conservatori islamici e dell’antiamericanismo ha attraversato molti Paesi dal Nord Africa al Sud Est asiatico. In questo calderone è maturato l’estremismo, dando origine ad al Qaeda e al suo culto della violenza e alla sua fosca visione del mondo”.
Nell’estate 2009, dopo le grandi manifestazioni dell’Onda Verde, in molti Paesi arabi si guardava all’Iran con un misto di invidia e ammirazione. Certo, le proteste erano state soffocate, si contavano morti, feriti, imprigionati e “scomparsi”. Ma il popolo iraniano aveva avuto il coraggio di sfidare il potere, di ribellarsi ai brogli elettorali.
Un anno e mezzo dopo gli egiziani sono intenzionati a farla finita con un presidente padrone, che governo con la legge marziale proprio dal 1981 e che di elezioni ne ha truccate a non finire. Perché non si sono ribellati prima? Forse perché le condizioni dell’economia non erano così disastrate come ora, forse perché oggi il “faraone” sembra vacillare sotto il peso degli anni, della malattia e delle nefandezze dello Stato di polizia da lui guidato a lungo. È ancora in piedi solo perché ha ancora l’appoggio (non più illimitato) dell’Occidente. E questa è la grande differenza con l’Iran. La Repubblica islamica è per tutti (o quasi) una dittatura da 32 anni. Che l’Egitto non sia una democrazia sembra che ce ne accorgiamo solo ora. E qualcuno fa ancora finta di non capirlo. Per citare un vecchio adagio della CIA, Mubarak sarà pure un figlio di puttana, ma è un “nostro” figlio di puttana.
L’establishment di Tehran guarda al Cairo con angoscia mascherata da entusiasmo. Per la Guida suprema Khamenei la rivolta egiziana sarebbe “un riflesso" della rivoluzione iraniana del 1979. Dichiarazione tanto forzata da diventare ridicola. A parte il lunghissimo tempo di reazione (32 anni) che il verbo della rivoluzione iraniana avrebbe impiegato per raggiungere il Nord Africa, è improponibile un parallelo tra l’Egitto di oggi e l’Iran del 1979. Tra i manifestanti del Cairo sembra prevalere finora un approccio non ideologico. Gli stessi Fratelli Musulmani sembrano avere finora un ruolo marginale. Anche se proprio da loro è arrivata la sconfessione più esplicita – via comunicato ufficiale - della “benedizione” di Khamenei: la “rivoluzione” egiziana è popolare, non islamica. Persino il rettorato della celebre università di Al-Ahzar si è sentita in dovere di rispedire al mittente le avances di Teheran.
Ma lo sguardo di Khamenei e del governo iraniano è rivolto soprattutto in casa propria. L’11 febbraio si celebrano i 32 anni della Rivoluzione. Per il 14, (25 Bahman per il calendario persiano) l’opposizione ha deciso di tornare in piazza, organizzando una manifestazione di solidarietà con gli egiziani. Il giornale on line Ghalam-e Sabz, vicino a Mousavi, ha scritto che “il popolo del Medio Oriente è contro la dittatura, sia essa in nome della religione o secolarista”.
Ha rifatto capolino persino l’ex presidente Rafsanjani, che dichiarato che “le crisi in Egitto e Tunisia indicano che questi Paesi non hanno Saputo ascoltare le voci di protesta dei loro popoli, o non le hanno volute ascoltare. Queste rivolte non si limiteranno a queste due nazioni”.
Hossein Hamedani, comandante dei Pasdaran ha ammonito: “I sediziosi devono sapere che li consideriamo come anti-rivoluzionari e spie e che ci opporremo con forza alle loro minacce". A questo è seguito l’arresto ai domiciliari dell’altro leader dell’opposizione Mehdi Karroubi. Dichiarazioni e azioni che tradiscono un grande nervosismo a Teheran. a questo punto non è così significativo se le manifestazioni di lunedì 14 febbraio e quante persone parteciperanno. Dopo un anno di silenzio, l’Onda Verde è viva e capace ancora di spaventare il potere. Come scrive Eugenio Montale: “La storia non si snoda come una catena di anelli ininterrotta./ In ogni caso molti anelli non tengono”.
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