venerdì 2 aprile 2010

Quando era l'Iran a tendere la mano


Nel 2003 Teheran propose agli Usa un grande accordo. Che però gli americani rifiutarono
Un grande accordo, un “great bargain”, per dirla all'inglese. Gli iraniani, in un accordo di “reciproco rispetto” si dichiarano pronti a interrompere il loro sostegno ad Hamas e alla Jihad islamica e di premere su questi gruppi affinché cessino gli attacchi ad Israele. Teheran si impegna inoltre a sostenere il disarmo di Hezbollah e a trasformarla in un partito politico. Per quanto riguarda la questione nucleare, l'Iran si dichiara pronto a ispezioni internazionali e si impegna a sottoscrivere il protocollo addizionale del Trattato di non proliferazione.

L'Iran offre inoltre piena collaborazione nella lotta ad Al Qaeda e nella stabilizzazione politica in Iraq. Cosa forse più sorprendente, Teheran si dice pronta ad accettare il piano di pace saudita per il Medio Oriente del marzo 2002, nel quale i Paesi arabi di dicevano pronti alla pace con Israele in cambio del ritiro dai Territori occupati, la creazione di uno Stato palestinese, un'equa divisione di Gerusalemme e una soluzione equilibrata del problema dei profughi.

In cambio l'Iran chiede la consegna dei Mojaheddin del Popolo (MKO, formazione terroristica iraniana di stanza in Iraq dai tempi di Saddam, e un accordo di lungo termine che ponga fine alla contrapposizione con Washington. I punti sono pochi ma fondamentali: fine di ogni sanzione, riconoscimento degli interessi iraniani in Iraq e sostegno alla richiesta di riparazioni nei confronti di Baghdad per la guerra 1980 – 88, riconoscimento del diritto dell'Iran al nucleare civile e alle tecnologie chimiche e biologiche, e, infine, riconoscimento della legittimità del diritto di sicurezza iraniano nella regione.

No, non è né un pesce d'aprile né un'ipotesi da fantapolitica. È storia. Ce la racconta Trita Parsi in un libro molto interessante, purtroppo non ancora edito in Italia. Si intitola “The treacherous alliance. The Secret Dealings of Israel, Iran and the United States”, che può essere tradotto come “L'alleanza infida. Gli accordi segreti tra Israele, Iran e Stati Uniti”.

Quella raccontato poco sopra è l'offerta clamorosa che nel maggio 2003 (poche settimane dopo l'ingresso degli americani a Baghdad) gli iraniani fecero pervenire agli Stati Uniti tramite l'Ambasciata svizzera a Teheran. Il documento era stato elaborato dall'allora presidente Mohammad Khatami, dal suo ministro degli Esteri Kamal Kharrazi, dall'ambasciatore presso l'Onu Zarif, dall'ambasciatore a Parigi Sadegh Karrazi (nipote del ministro degli Esteri) e – sopratutto - aveva il placet della Guida suprema Ali Khamenei.

A Washington il vicepresidente Cheney e il segretario di Stato Rumsfeld risposero: “Noi non parliamo col diavolo”. Non solo, rimproverarono gli svizzeri per aver consegnato la proposta e il canale di comunicazione si chiuse lì.

Perché? Perché allora gli Usa erano convinti di stravincere in Iraq, che avevano invaso e occupato facilmente e lessero la proposta iraniana come una dimostrazione di paura e di debolezza. Si diceva già che Teheran fosse la tappa successiva della crociata neocon, dopo Kabul e Baghdad.

È doveroso ricordare che proprio per la guerra in Afghanistan, ci fu un'effettiva collaborazione tra iraniani e americani. Non solo Teheran concesse il diritto di sorvolo all'aviazione Usa, ma partecipò in modo determinante alla Conferenza di Bonn sul futuro dell'Afghanistan e fu il Paese più generoso al vertice dei paesi donatori di Tokyo. Nonostante questo atteggiamento (frutto di una serie di vertici segreti ma ormai appurati tra americani e iraniani), Bush inserì Teheran nell'Asse del Male nel suo discorso sullo Stato dell'Unione nel gennaio 2002, inferendo un colpo pesantissimo sul futuro politico di Khatami. Allora Washington aveva una posizione molto ideologica e non riteneva conveniente un dialogo con Teheran.

Ora le cose sono cambiate ed è stato Obama a tendere una mano che per il momento Teheran non sembra disposta ad accogliere. Ma è anche vero che non si può capire il presente se non si guarda nemmeno all'altroieri.

giovedì 18 marzo 2010

Un ottantanove persiano

In Iran sta per cominciare un nuovo anno. Cosa è cambiato dall’ormai celebre messaggio di Obama ad oggi



Il 1388 sarà ricordato come uno degli anni (persiani) più intensi che l’Iran abbia mai vissuto. È passato giusto un anno dal video messaggio di Obama in occasione del No Ruz, il capodanno persiano. In meno di 12 mesi in Iran si è passati da momenti di euforia e speranza ad altri di angoscia e disperazione. Per la maggior parte dell’opinione pubblica mondiale, le manifestazioni del giugno 2009 sono state una rivelazione. L’Onda verde è diventato in poche settimane un fenomeno raccontato prima dalla tv e poi dai social network. L’Onda verde, in poche parole, è diventata il volto positivo di un Paese che dal 1979 non gode certo di buona stampa. Va però detto che spesso si è sostituito uno stereotipo con un altro. Se prima del giugno 2009 l’Iran era per molti occidentali un Paese arretrato e abitato soltanto ayatollah barbuti, adesso si tende a enfatizzare il ruolo dei giovani belli, istruiti e senza paura che lottano per la democrazia contro un potere feroce.

Da questa semplificazione nascono una serie di giudizi e previsioni erronei e grossolani. Se è indubbio che a nove mesi dalle elezioni presidenziali, la Repubblica islamica non è di certo uscita dalla sua crisi più grave, è altrettanto evidente che questo sistema politico non è affatto prossimo a quel crollo che in tanti consideravano imminente.

Partiamo da un dato basilare, spesso trascurato: l’Onda verde non nasce come movimento di protesta contro il sistema ma come campagna per Mousavi, candidato d’opposizione in una delle elezioni più vivaci e più partecipate della Repubblica islamica e della storia iraniana in assoluto. Non è un dettaglio, ma un dato sostanziale. Il 12 giugno l’85 per cento degli aventi diritto si mette in fila e va a votare. Cosa sarebbe accaduto se gli iraniani avessero accolto in massa il suggerimento del premio Nobel Shirin Ebadi (per fare un esempio) e avessero boicottato il voto? Probabilmente la rielezione di Ahmadinejad sarebbe avvenuta senza clamore, e in caso di brogli, nessuno o quasi avrebbe protestato. Già nel 2005 Mehdi Karroubi, candidato anche allora, aveva denunciato l’ingerenza dei pasdaran nelle operazioni di voto. Ma la palese disaffezione degli iraniani per la politica, dimostrata dall’alta astensione, non aveva portato a nulla. Stavolta invece la protesta è esplosa in modo inatteso e ha finito per trascinare l’intero sistema in una crisi senza precedenti.

Il confronto con la rivoluzione del 1979 è improponibile. Il regime dello scià, proprio perché espressione di una sola persona, era meno elastico e crollò rapidamente. La Repubblica islamica è un sistema molto più complesso e intrecciato con la realtà del Paese. Ne è un esempio la questione delle sanzioni: come colpire “soltanto” i pasdaran se nei loro “interessi” si contano 65 società che – dalla telefonia ai trasporti – hanno a che fare con la vita quotidiani degli iraniani?

Da 31 anni l’Iran ha adottato un sistema politico originale, complicato, non privo di elementi democratici ma incentrato sulla figura del rahbar, la Guida suprema. Come sostiene lo studioso francese Bernard Hourcard, l’Iran non è ancora una democrazia, ma è una repubblica. E non è cosa da poco, soprattutto in Medio Oriente, dove la maggior parte dei Paesi sono governati da autocrazie più o meno palesi.

Ed è su Khamenei, piuttosto che su Ahmadinejad, che dovrebbero concentrarsi le analisi politiche. Non solo perché la Guida – secondo la Costituzione iraniana - è più importante del presidente, ma anche perché è il comportamento di Khamenei ad aver inciso in maniera significativa sugli eventi degli ultimi mesi. Schierandosi in difesa dei brogli, la Guida ha perso qualsiasi credibilità e autorevolezza e ha spinto i manifestanti ad assumere posizioni sempre più anti-sistema. Superate le elezioni, le distanze tra presidente e Guida si sono fatte sempre più grandi. Non è azzardato affermare che al momento Ahmadinejad deve affrontare due avversari: l’opposizione riformista e un fronte conservatore che si riconosce ancora in Khamenei. Gli stessi pasdaran (dai quali Ahmadinejad proviene) sono di fatto una forza (economica, politica e militare) se non proprio indipendente, di certo autonoma.

Queste differenze si sono viste soprattutto in politica estera. Ad ottobre Ahmadinejad l’accordo sul nucleare l’avrebbe firmato, per incassare un successo e riaccreditarsi come leader a livello internazionale. Ma sono stati Guida suprema e pasdaran a fermare il dialogo. Non c’è tanto una ritrosia dettata da motivazioni ideologiche: i politici iraniani sanno essere anche molto pragmatici, all’occorrenza. Ricordiamo che durante la guerra con l’Iraq, lo stesso Khomeini accettò di buon grado armi israeliane sotto banco pur di fronteggiare Saddam. Così oggi Khamenei e pasdaran non vogliono un’apertura internazionale soprattutto perché la tensione è un ottimo diversivo rispetto ai problemi interni e un elemento che ricompatta gli iraniani, sempre molto nazionalisti. Le stessa sanzioni Usa ci sono di fatto da 30 anni e hanno sempre rafforzato i conservatori, non certo l’opposizione. Cominciano a capirlo anche a Washington: l’8 marzo il vice segretario al Tesoro Usa Neil Wolin ha dichiarato che “compagnie come Microsoft, Google e Yahoo potranno operare nei paesi nei confronti dei quali gli Usa hanno politiche di embargo”. Meglio tardi che mai, visto che l’embargo sul web finisce col danneggiare proprio chi dall’Iran cerca di far uscire notizie.

Quando Hillary Clinton ha dichiarato che l’Iran rischia di diventar una dittatura militare, denuncia una realtà politica iniziata non ora, ma con la prima elezione di Ahmadinejad nel 2005. Da allora la presenza di militari ed ex militari nelle istituzioni è sempre più massiccia. Ma le “preoccupazioni” della Clinton non devono trarre in inganno: questa amministrazione – come tutte le precedenti – pensa agli interessi e agli elettori americani. Se Washington avesse tanto a cuore le sorti della democrazia in Medio Oriente, forse dovrebbe cominciare a guardare in casa dei suoi alleati, dall’Egitto all’Arabia Saudita, dalla Giordania ai Paesi arabi del Golfo Persico.

Sulla questione nucleare, dopo una breve fase interlocutoria, Russia e Cina sembrano confermare un sostanziale appoggio a Teheran, frenando su nuove sanzioni. D’altra parte, gli interessi economici in ballo sono enormi. L' Iran è il terzo fornitore di petrolio della Cina, dopo Arabia Saudita e Angola, e nei primi 8 mesi del 2009 l' export iraniano in Cina è stato di oltre 2 miliardi di dollari, con una crescita del 26,4% rispetto al 2008.

In questo quadro generale non ha molto senso parlare di un cambio radicale di regime, magari indotto dall’esterno. È anzi auspicabile che i vari Mousavi, Karroubi e Khatami continuino a sostenere l’Onda verde e che anzi ne indirizzino le azioni alla ricerca di uno sbocco politico. Perché gli ultimi sviluppi (il sostanziale fallimento delle dimostrazioni dell’11 febbraio) dimostrano come questo movimento rischia di sprecare energie e tempo se non individua obiettivi concreti.

Mousavi ha recentemente dichiarato che la Costituzione iraniana non è una “rivelazione immutabile”, suggerendo di apportare alcune modifiche sulla base “delle richieste del popolo e della nostra esperienza nazionale”. Troppo poco? Un amico rifugiato politico, scappato dall’Iran nell’estate 2009 continua a dire: “Noi non vogliamo una rivoluzione”. Questo potrà non piacere a molti, ma l’alternativa qual è?

Il vero banco di prova sarà nei prossimi mesi la situazione economica. Il governo Ahmadinejad ha infatti varato una drastica riforma del sistema di sussidi che rischia di provocare un sensibile peggioramento degli standard di vita dei ceti popolari. All’interno dell’Onda verde potrebbero trovare spazio le istanze di un movimento sindacale vittima – specie negli ultimi mesi - di una repressione brutale.

L’ayatollah Khomeini, nel suo testamento politico, ammonì i propri successori: “Se perderete il sostegno dei diseredati, farete la fine dei Pahlevi”. Probabilmente l’establishment ha ben chiaro questo rischio, ma trovare una via d’uscita non è semplice. Se anche dalla tempesta si dovesse passare a un periodo di bonaccia, il problema sarebbe soltanto riandato. Chi prenderà il posto di Khamenei? Sarà ancora proponibile un’unica Guida?

Nelle ultime settimane l’Onda verde ha proposto un referendum come via d’uscita dalla crisi. Non si capisce però su cosa sarebbero chiamati a votare gli iraniani. Sul risultato delle presidenziali di un anno fa, come suggerisce Khatami? Oppure sui poteri del Consiglio dei Guardiani, come invece vorrebbe Karroubi? Questa vaghezza di intenti riassume perfettamente i limiti di un movimento. Se l’Onda verde vuole continuare a essere protagonista anche nel 1389, deve cercare di trovare al più presto una sponda politica.

venerdì 5 marzo 2010

Seminario L’Onda Verde iraniana

Giovedì 11 marzo alle ore 18:00 a Roma, presso la sede dell’Associazione Culturale di Studi Umanistici “Leussô” in viale Regina Margherita 1, in collaborazione con il blog “Amici dell’Iran” avrà luogo il seminario L’Onda Verde iraniana.


All’incontro, moderato da Francesco Anghelone, interverranno:
Antonello Sacchetti - giornalista pubblicista e scrittore, fondatore e direttore della rivista «Il Cassetto»;
Reza Ganji - giornalista iraniano, collaboratore di diversi media di area riformista.
Al dibattito prenderà parte in videoconferenza Mahmood Amiry-Moghaddam, portavoce del network “Iran Human Rights” che si batte contro la pena di morte in Iran, soprattutto quella inflitta ai minori. Amiry-Moghaddam presenterà il “Rapporto sulla pena di morte in Iran - 2009” pubblicato in questi giorni.


L’incontro si propone di presentare il movimento dell’Onda Verde e approfondire l’analisi della situazione che si è determinata in Iran a seguito delle elezioni del giugno 2009. Nel paese infatti si assiste, per la prima volta dal 1979, a un movimento di protesta che rischia di minare alle fondamenta la stessa Repubblica islamica. Un movimento che ad oggi non è mai ricorso alla violenza e che tuttavia continua con forza a contestare la rielezione di Ahmadinejad e l’atteggiamento assunto in merito dalla guida suprema, l’ayatollah Khamenei.

lunedì 15 febbraio 2010

YouDem, home page del 15 febbraio 2010

L'Iran è il tema della puntata odierna dopo le proteste seguite alla "svolta di Gerusalemme", l'anniversario della rivoluzione khomeinista e le parole di Ahmadinejad sull'uranio arricchito. In studio, con Alessandra Dell'Olmo, Ahmad Rafat Antonello Sacchetti e Francesco Tempestini.


mercoledì 10 febbraio 2010

Formello, Teheran


La manifestazione davanti all’ambasciata italiana diventa un “assalto” per il governo e i media di casa nostra. A chi giova l’escalation


Ha ragione Bernardo Valli (Repubblica, 10 febbraio 2010) quando afferma che l’Iran è diventato “un incubo, roba da psicanalisti”. La manifestazione di fronte all’ambasciata italiana di Teheran cosa è stato davvero? “Una messa in scena da teatro di provincia”, come scrive lo stesso Valli? I giornali italiani di oggi (salvo pochissime eccezioni) parlano di “assalto”, “clima incandescente” e così via.


Lo stesso ambasciatore ha poi descritto l’accaduto come “venti minuti di grida e tensione”. Le stesse immagini trasmesse dalla tv di Stato iraniana fanno pensare alla “solita” messa in scena: basiji in abiti civili che lanciano qualche sasso, scandiscono slogan e vengono poi fermati dalla forze dell’ordine. Tutto come da programma. È accaduto decine di volte, negli ultimi anni. Soltanto che stavolta è accaduto davanti alla nostra ambasciata e allora sembra di essere alla vigilia della terza guerra mondiale.
Coincidenze surreali: mentre tutte le agenzie battevano la “notizia” dell’assalto all’ambasciata di Teheran, un migliaio di ultrà a Formello metteva a ferro e fuoco la sede degli allenamenti della Lazio. Bombe carta, sprangate e intervento della polizia…
Dopo le dichiarazioni di Berlusconi a Gerusalemme (aveva di fatto paragonato Ahmadinejad a Hitler e promesso sanzioni dure per la questione nucleare) l’ambasciatore italiano era già stato convocato dal ministro degli Esteri iraniano e aveva ricevuto proteste ufficiali. D’altra parte, sarebbe stato strano se questo non fosse accaduto. E’ la prassi, in diplomazia e anche in politica.
Alzare il livello di scontro con l’esterno è funzionale alla repressione del dissenso interno. È più facile accusare i dissidenti di complicità col “nemico esterno”. E, in più, si distoglie l’attenzione su quanto accade nel Paese. Per questo le dichiarazioni di Berlusconi in Israele sono dannose per quell’opposizione interna che lui dichiara di voler sostenere. È una tattica consolidata e quanto mai utile alla vigilia di quella che si preannuncia una giornata campale. L’11 febbraio (22 bahman per il calendario persiano) si commemorano i 31 anni della rivoluzione e si preannunciano manifestazioni antigovernative di rilievo.


La nuova posizione italiana rompe con una tradizione decennale. Il nostro Paese è un partner economico privilegiato per Teheran da quasi 50 anni ed ha svolto in più riprese un lavoro di mediazione forse poco appariscente ma sicuramente efficace. Non dimentichiamo che nel 2004 fu l’allora presidente Khatami a chiedere che l’Italia entrasse nel gruppo 5 + 1 per i negoziati sul nucleare. Il governo Berlusconi non accettò l’invito e oggi sembra spingersi oltre. L’allinearsi alle posizioni israeliane è anche il segno di come stia mutando la linea di Obama. La “mano tesa” sembra ormai un ricordo si attendono ora sanzioni durissime. Certo, la politica iraniana è stata sfuggente e irritante, ma, per una corretta definizione degli eventi, ci sono alcuni punti che non dovremmo mai dimenticare.
L’arricchimento dell’uranio al 20 per cento, annunciato da Ahmadinejad pochi giorni fa, sarà anche una provocazione, ma non è sufficiente per produrre armi atomiche (l’arricchimento deve essere almeno dell’80 per cento) e infatti è consentita dal Trattato di non proliferazione. Tutta la diatriba nucleare, ricordiamolo sempre, si basa non su prove, ma sulla mancanza di prove. Interpretate come segno di colpevolezza. Sembra assurdo, ma è così, basta rileggersi la cronistoria di questa vicenda. Non c’è nessuna “smoking gun”.


Il secondo errore macroscopico è continuare a ritenere Ahmadinejad e Khamenei sulle stesse posizioni, quando invece rappresentano ormai due blocchi politici distinti. E anche i pasdaran sono di fatto una forza (economica, politica e militare) se non proprio indipendente, di certo autonoma. Il presidente iraniano l’accordo sul nucleare l’avrebbe firmato di corsa a ottobre, ma sono proprio questi due altri blocchi (Guida suprema e pasdaran) a fermare il dialogo. Perché Ahmadinejad è sotto il loro ricatto, soprattutto dopo le elezioni truccate.


Ma mentre tutto il mondo parla del nucleare, in Iran si parla di politica ed economia. Il governo Ahmadinejad ha tagliato le sovvenzioni sui prezzi e nei prossimi mesi si preannunciano chiusure di fabbriche e perdite di posti. Saranno mesi molto duri. Sarà l’occasione per un cambiamento radicale della situazione interna? Vediamo intanto cosa accadrà domani.

martedì 9 febbraio 2010

Un documentario, un dibattito e un film per l’Iran


A trentuno anni dalla rivoluzione Asiaticafilmmediale e Associazione Culturale Italo Iraniana “Alefba” promuovono un incontro per ricordare le ragioni e riflettere sull’attualità della rivoluzione islamica in Iran. Due proiezioni e un dibattito, per avvicinare la realtà di un grande Paese nel quale oggi fronti contrapposti si misurano sul ruolo della religione nella gestione della cosa pubblica. In questi anni, la società iraniana è cambiata fino a produrre profonde divisioni. Le istanze che hanno sostenuto la rivoluzione sono vive? Quali sono le attese di una società che è per il settanta per cento composta da giovani al di sotto dei trent’anni? Cosa sta accadendo?


Alla Casa del Cinema mercoledi 10 Febbraio sarà proiettato il documentario Rough Cut di Firouzeh Khosrovani, opera pluripremiata nei festival internazionali, presentata in anteprima internazionale da Asiaticafilmmediale, dove ha ricevuto una menzione speciale. Seguirà un incontro al quale interverranno Marina Forti (giornalista), Liisa Liimatainen (giornalista), Alberto Negri (giornalista), Antonello Sacchetti (scrittore), Bijan Zarmandili (scrittore).


Al termine, il film Keshtzarhaye Sepid (Le bianche distese) di Mohammad Rasoulof, uno dei film più significativi dell’ultima stagione cinematografica iraniana, già proposto a Roma nell’ambito della decima edizione di Asiaticafilmmediale. La comunità iraniana a Roma sarà presente numerosa. Proiezioni in lingua originale, con sottotitoli in italiano e inglese. Rough Cut narra la trasformazione dei manichini femminili nelle vetrine dei negozi d’abbigliamento di Teheran, metafora del corpo velato e mutilato, ridefinito secondo i dettami della legge. Negli anni ottanta i manichini scomparvero dalle vetrine per ricomparire dopo la guerra Iran-Iraq, modificati in modo da minimizzare e mortificare il corpo femminile, un monito per le donne e la società. (Regia e sceneggiatura: Firouzeh Khosrovani; Fotografia: Abbas Kowsari; Montaggio: Bijan Mirbagheri, Kayvan Jahanshahi; Musica: Farhad Asadian, Kayvan Jahanshahi; Produzione: Firouzeh Khosrovani; Anno: 2007; Durata: 23; Formato: DvCam).


Firouzeh Khosrovani. Nata a Teheran, si laurea in Belle Arti a Brera e, di nuovo in Iran, nel 2004 consegue un master di giornalismo. Debutta come documentarista nello stesso anno con “Centro d’Assistenza Psico-sociale”, girato a Bam città terremotata. Nel 2005 scrive il soggetto del documentario ”Madre dei Martiri” sugli esiti della guerra Iran-Iraq. Nel 2007 realizza “Rough Cut”. Collabora per le testate italiane: Limes, Il Manifesto, D della Repubblica. E’ attualmente impegnata nella realizzazione di un nuovo documentario.
The Keshtzarhaye Sepid (White Meadows/ Le bianche distese) un viaggio ipnotico e duro, caratterizzato da metafore e motivi enigmatici, condotto attraverso lo spaventoso orizzonte delle candide e aride distese di sale. Al di là di ogni genere, la storia come fosse favola, segue l’odissea di un uomo che parte con la sua barca per raccogliere le lacrime degli abitanti sparsi in un arcipelago di sterili e inospitali isole, in un oceano senza nome. (Regia: Mohammad Rasoulof; Fotografia: Ebrahim Ghafouri; Montaggio: Jafar Panahi; Suono: Amir Hosein Ghasemi; Produzione: Gholamreza Armadi; Anno: 2009; Durata: 92'; Formato: 35mm).


Mohammad Rasoulof. Nato nel 1973 a Shiraz, città di 850.000 abitanti dell’Iran sud occidentale, si laurea in sociologia presso la prestigiosa Shiraz University e studia poi montaggio alla Sooreh University di Teheran. “The Twilight”, suo primo film a soggetto, ha ricevuto premi in tutto il mondo.


Ore 19.30 Casa del Cinema, Largo Marcello Mastroianni n. 1, Roma Ingresso libero sino ad esaurimento dei posti


Immagini e altre informazioni su
www.studiovezzoli.com e www.asiaticafilmmediale.it Ufficio Stampa: Studio Vezzoli - tel.026552781 fax.0289282601 - info@studiovezzoli.com

mercoledì 3 febbraio 2010

Verso l'11 febbraio

Qualcuno ha detto una volta che la politica è il terreno delle cose possibili. Sarebbe bene opportuno tenerlo sempre presente quando si scrive o si parla del destino dell’Iran. Troppo spesso si confondono le previsioni con le speranze e si finisce col dare una rappresentazione erronea dei fatti.

L’Iran si appresta a celebrare i 31 anni dalla rivoluzione in un’atmosfera molto diversa rispetto ad appena un anno fa. Se il trentennale della caduta dello scià era stato celebrato in un clima di sostanziale indifferenza da parte della maggioranza della popolazione, quest’anno si preannuncia un febbraio di grande tensione.

Mir Hossein Mousavi, in un’intervista sul sito Kalameh, ha dichiarato che la Rivoluzione del 1979 non si è pienamente compiuta, dato che “le radici della tirannia e della dittatura esistono ancora”. Il leader riformista ha aggiunto che “oggi esistono (in Iran) sia elementi che producono dittatura sia elementi che combattono contro un ritorno alla dittatura. Censurare i media, riempire le prigioni e uccidere brutalmente nelle strade le persone che rivendicano pacificamente i propri diritti, sono elementi che indicano come le radici della dittatura e della tirannia sopravvivono dall’era della monarchia. Non credo che la rivoluzione abbia raggiunto i propri obiettivi”.

Queste parole fanno parte di un discorso molto lungo, articolato in 14 punti. Mousavi non si limita a una denuncia, ma prova ancora una volta a tracciare un percorso per uscire dalla crisi politica apertasi con le elezioni del 12 giugno. L’ex premier dichiara che la Costituzione iraniana non è una “rivelazione immutabile”, visto che alcune ne sono state cambiate alcune parti nel 1989. Mousavi suggerisce di apportare alcune modifiche sulla base “delle richieste del popolo e della nostra esperienza nazionale”.

Il leader riformista ha poi denunciato ancora una volta le restrizioni delle libertà d’opinione, sottolineando cone “nel movimento verde ogni persona è un media”.

È un’uscita pubblica significativa, in vista delle annunciate manifestazioni dell’11 febbraio (22 bahman secondo il calendario persiano), giorno in cui si commemora la vittoria della rivoluzione. È importante ricordare che l’11 febbraio 1979 fu il giorno in cui l’esercito iraniano proclamò la propria neutralità, quasi un mese dopo la fuga dello scià (16 gennaio). Oggi è molto difficile ipotizzare una situazione simile, perché tra potere politico e militari (basji e pasdaran) il legame è molto più stretto e solido rispetto al periodo monarchico.

Se la politica interna sembra evolversi ancora piuttosto lentamente, lo scenario internazionale sembra subire un’accelerazione drastica. In particolare, sembra cambiare la posizione italiana. In visita a Gerusalemme, Silvio Berlusconi ha auspicato nuove dure sanzioni contro l’Iran, colpevole, a suo avviso, di mirare alla bomba nucleare. Berlusconi ha anche definito il governo di Teheran “poco popolare” e ha promesso sostegno all’opposizione iraniana.

Quasi in contemporanea, il vicepresidente Usa Biden ha detto che ''il governo iraniano ha perduto la sua credibilità morale nel paese e nella regione facendo ricorso ai metodi violenti per reprimere il dissenso. Ci stiamo muovendo insieme al resto del mondo, compresa la Russia ed altri, per far scattare nuove sanzioni contro Teheran. Ci stiamo muovendo nella direzione giusta in modo calibrato. Il governo di Teheran sta piantando i semi della sua distruzione restando aggrappato a tutti i costi al potere e reprimendo il dissenso”.

Tutto questo nel giorno in cui il presidente iraniano Ahmadinejad – sempre più isolato all’interno – rilancia alla tv di Stato: ''Non abbiamo problemi a mandare all'estero il nostro uranio arricchito''.

Questo nuovo atteggiamento da parte della comunità internazionale può condizionare la situazione interna? Molto probabilmente sì, ma difficilmente ne beneficeranno l’Onda verde e il fronte riformista. Quando l’Iran torna a essere al centro delle critiche, sono i “falchi” ad avere gioco facile contro il “nemico esterno”.

Il vero banco di prova per la Repubblica islamica sarà nei prossimi mesi la situazione economica. Il governo Ahmadinejad ha infatti varato una drastica riforma del sistema di sussidi che rischia di provocare un sensibile peggioramento degli standard di vita dei ceti popolari.

L’ayatollah Khomeini, nel suo testamento politico, ammonì i propri successori: “Se perderete il sostegno dei diseredati, farete la fine dei Pahlevi”.