martedì 15 febbraio 2011

Tensione in Iran

La polizia e altre forze di sicurezza iraniane controllano i punti nevralgici di Teheran, in vista della manifestazione indetta per oggi pomeriggio dall'opposizione, a sostegno delle rivolte in Egitto e Tunisia. La dimostrazione, organizzata anche attraverso Internet, non è stata autorizzata dalle autorità della Repubblica islamica. Uno dei leader dell'opposizione, Mir Hossein Mussavi, è stato posto in stato di isolamento nella sua casa della capitale, come successo giovedì scorso ad un altro capo del fronte anti-governativo, Mehdi Karrubi. Ma perché Teheran, che pure ha appoggiato le proteste del Cairo e di Tunisi, ha vietato le manifestazioni? Giada Aquilino lo ha chiesto ad Antonello Sacchetti, autore del libro “Iran, la resa dei conti”:

R. - Si teme che ritorni in piazza l’“onda verde”, quel movimento di protesta che, nell’estate del 2009, si è fatto conoscere in tutto il mondo e che probabilmente è servito anche da modello e da esempio per gli egiziani, con quello che poi è successo al Cairo. Ufficialmente il governo di Teheran si è schierato con i manifestanti egiziani e quindi contro Mubarak. Diciamo ufficialmente, anche perché da un punto di vista geopolitico la caduta di Mubarak è sicuramente gradita a Teheran ma si teme anche, certamente, un effetto di esempio perché, comunque sia, quel movimento in Egitto non è un movimento che politicamente ed ideologicamente è affine ai governanti di Teheran. E’ invece più simile appunto all’“onda verde”.

D. - Cosa resta dell’“onda verde” del 2009?

R. - Gli eventi di questi ultimi giorni - se non altro anche a livello di discussione e di dibattito, sia concreto sia reale a Teheran e sia, tramite Internet, in tutto il mondo - dimostrano che questo movimento è vivo e vegeto. Anzi, la preoccupazione che ha destato nell’establishment di Teheran vuol dire che effettivamente quello che è iniziato allora non si è esaurito. L’ultimo grande evento, in fondo, è stato quel 27 dicembre 2009, cioè il giorno dell’Ashura, quando ci furono anche degli scontri a Teheran. Poi si attendeva una grande prova di forza per l’11 febbraio di un anno fa - che è il giorno dell’anniversario della Rivoluzione iraniana - ma in quel caso scattò la macchina della repressione. Diciamo che tutto fu fatto passare in sordina. Però le istanze che erano alla base di quel movimento ed anche il dibattito politico scatenatosi allora non si è esaurito.

D. - Quindi l’“onda verde” di oggi cosa chiede?

R. - Torna a chiedere quello per cui era scesa in piazza due anni fa. Innanzitutto non dobbiamo dimenticare che allora scese in piazza contro un voto chiaramente manipolato. In questo momento ritorna in piazza per chiedere in primis il diritto di dissenso, il diritto di partecipazione alla vita politica e dà voce anche ad un malcontento molto diffuso, perché in Iran, nel 2009, la gente era stanca della politica economica del governo Ahmadinejad ed oggi lo è ancora di più: l’effetto della crisi - unito anche all’embargo - si sta facendo sentire molto. Questa rivolta, questo movimento che abbiamo visto prima in Tunisia ed ora in Egitto, che si muove in Algeria e probabilmente nello Yemen, si sta diffondendo. Credo che l’esempio iraniano sia stato molto importante. L’esempio iraniano è l’esempio della protesta; come il governo iraniano reagirà a ciò è tutto da vedere. Allora si poteva contare anche su una situazione abbastanza chiusa, oggi - con una crisi che in Medio Oriente sta un po’ dilagando - i timori probabilmente sono maggiori di allora. (vv)

giovedì 10 febbraio 2011

Cairo, Teheran


L’Onda Verde iraniana guarda alla rivolta egiziana e riprende coraggio. Differenze e analogie tra le due situazioni


Ci sono analogie tra la situazione politica egiziana e quella iraniana? Quanto sta accadendo al Cairo influenzerà il futuro immediato di Teheran? Sarebbe sbagliato considerare il Medio Oriente come un’area politica omogenea. Ci sono differenze sostanziali già tra Tunisia e Algeria, Paesi vicini e con una storia simile. Simile ma non identica. Basti pensare al fatto che l’Algeria è stata colonia francese, mentre la Tunisia è stata “solo” un protettorato. Differenza non banale, che ha determinato una diversa maturità della società civile e dell’apparato statale nel passaggio all’indipendenza.


Ancora più grandi le differenze tra due grandi Paesi come l’Egitto e l’Iran. Tahseen Bashir, diplomatico e intellettuale egiziano scomparso nel 2002, sosteneva che il suo Paese e l’Iran sono I soli veri Paesi del Medio Oriente, mentre tutti gli altri non sono che “tribù con le bandiere”.



Due grandi Paesi con destini che si intrecciano, si specchiano, si contrappongono. Eredi di due grandi civiltà preislamiche, due grandi imperi che hanno lasciato tracce profonde nella cultura dei due Paesi. Nell’Iran contemporaneo c’è ancora molto della Persia antica. A cominciare dalle Feste di origine zoroastriana, ad esempio. L’Egitto dei Faraoni è forse più relegato ai musei che al vissuto quotidiano, ma rimane comunque un elemento importante del patrimonio culturale del Paese nordafricano, soprattutto come richiamo turistico.


L’Egitto è un Paese a maggioranza sunnita, ma tra il X e il XII secolo conobbe un’epoca di grande sviluppo sotto il califfato sciita dei Fatimidi. In epoca più recente, vale la pena ricordare che l’iraniano Mossadeq prima (e per breve tempo) e l’egiziano Nasser poi sono stati paladini nazionalisti contro l’ingerenza dei Paesi occidentali.


È in Egitto che nasce il movimento dei Fratelli Musulmani, ma è in Iran che nel 1979 scoppia la rivoluzione che porterà alla creazione della Repubblica islamica. Lo spiega molto efficacemente Vali Nasr nel suo Forces of Fortune: “Avvenne tutto rapidamente. Il mondo musulmano cambio drammaticamente nei brevi 32 mesi che sperarono il ritorno dell’Ayatollah Khomeini in Iran il 1° febbraio 1979 e l’assassinio di Anwar Sadat al Cairo, il 6 ottobre 1981. In quei mesi di grandi sconvolgimenti le forze della rivoluzione islamica presero il potere in Iran; il Pakistan si proclamò Stato islamico; l’Unione Sovietica scatenò una jihad invadendo l’Afghanistan: e il presidente egiziano Anwar Sadat fu assassinato da fondamentalisti radicali. Da quegli anni fatidici, ci sono state molte altre rivolte violente, sconti mortali, attacchi terroristici e repressioni sanguinose, insieme all’inasprirsi di comportamenti conservatori islamici e dell’antiamericanismo ha attraversato molti Paesi dal Nord Africa al Sud Est asiatico. In questo calderone è maturato l’estremismo, dando origine ad al Qaeda e al suo culto della violenza e alla sua fosca visione del mondo”.


Nell’estate 2009, dopo le grandi manifestazioni dell’Onda Verde, in molti Paesi arabi si guardava all’Iran con un misto di invidia e ammirazione. Certo, le proteste erano state soffocate, si contavano morti, feriti, imprigionati e “scomparsi”. Ma il popolo iraniano aveva avuto il coraggio di sfidare il potere, di ribellarsi ai brogli elettorali.


Un anno e mezzo dopo gli egiziani sono intenzionati a farla finita con un presidente padrone, che governo con la legge marziale proprio dal 1981 e che di elezioni ne ha truccate a non finire. Perché non si sono ribellati prima? Forse perché le condizioni dell’economia non erano così disastrate come ora, forse perché oggi il “faraone” sembra vacillare sotto il peso degli anni, della malattia e delle nefandezze dello Stato di polizia da lui guidato a lungo. È ancora in piedi solo perché ha ancora l’appoggio (non più illimitato) dell’Occidente. E questa è la grande differenza con l’Iran. La Repubblica islamica è per tutti (o quasi) una dittatura da 32 anni. Che l’Egitto non sia una democrazia sembra che ce ne accorgiamo solo ora. E qualcuno fa ancora finta di non capirlo. Per citare un vecchio adagio della CIA, Mubarak sarà pure un figlio di puttana, ma è un “nostro” figlio di puttana.


L’establishment di Tehran guarda al Cairo con angoscia mascherata da entusiasmo. Per la Guida suprema Khamenei la rivolta egiziana sarebbe “un riflesso" della rivoluzione iraniana del 1979. Dichiarazione tanto forzata da diventare ridicola. A parte il lunghissimo tempo di reazione (32 anni) che il verbo della rivoluzione iraniana avrebbe impiegato per raggiungere il Nord Africa, è improponibile un parallelo tra l’Egitto di oggi e l’Iran del 1979. Tra i manifestanti del Cairo sembra prevalere finora un approccio non ideologico. Gli stessi Fratelli Musulmani sembrano avere finora un ruolo marginale. Anche se proprio da loro è arrivata la sconfessione più esplicita – via comunicato ufficiale - della “benedizione” di Khamenei: la “rivoluzione” egiziana è popolare, non islamica. Persino il rettorato della celebre università di Al-Ahzar si è sentita in dovere di rispedire al mittente le avances di Teheran.


Ma lo sguardo di Khamenei e del governo iraniano è rivolto soprattutto in casa propria. L’11 febbraio si celebrano i 32 anni della Rivoluzione. Per il 14, (25 Bahman per il calendario persiano) l’opposizione ha deciso di tornare in piazza, organizzando una manifestazione di solidarietà con gli egiziani. Il giornale on line Ghalam-e Sabz, vicino a Mousavi, ha scritto che “il popolo del Medio Oriente è contro la dittatura, sia essa in nome della religione o secolarista”.
Ha rifatto capolino persino l’ex presidente Rafsanjani, che dichiarato che “le crisi in Egitto e Tunisia indicano che questi Paesi non hanno Saputo ascoltare le voci di protesta dei loro popoli, o non le hanno volute ascoltare. Queste rivolte non si limiteranno a queste due nazioni”.


Hossein Hamedani, comandante dei Pasdaran ha ammonito: “I sediziosi devono sapere che li consideriamo come anti-rivoluzionari e spie e che ci opporremo con forza alle loro minacce". A questo è seguito l’arresto ai domiciliari dell’altro leader dell’opposizione Mehdi Karroubi. Dichiarazioni e azioni che tradiscono un grande nervosismo a Teheran. a questo punto non è così significativo se le manifestazioni di lunedì 14 febbraio e quante persone parteciperanno. Dopo un anno di silenzio, l’Onda Verde è viva e capace ancora di spaventare il potere. Come scrive Eugenio Montale: “La storia non si snoda come una catena di anelli ininterrotta./ In ogni caso molti anelli non tengono”.


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lunedì 10 gennaio 2011

Iran: cresce l’attesa per la ripresa dei colloqui sul nucleare

Teheran è in grado di produrre in modo indipendente piastre e barre di combustibile nucleare. A dichiararlo è il capo dell'agenzia atomica e ministro degli Esteri iraniano, Ali Akbar Salehi, che ha riportato in primo piano il controverso programma nucleare della Repubblica Islamica. Queste dichiarazioni giungono a pochi giorni dalla ripresa dei negoziati del gruppo 5+1, fissata per il 20 gennaio a Istanbul. Salvatore Sabatino ne ha parlato con il collega Antonello Sacchetti, autore del libro: “Iran: la resa dei conti”:

R. - Si tratta ancora di una strategia che l’Iran ha adottato quasi sempre, in questi ultimi quattro-cinque anni: cioè, presentarsi al tavolo delle trattative da una posizione di forza, non da una posizione di debolezza, e mi sembra anche abbastanza evidente. Che poi le dichiarazioni in questo caso corrispondano al vero, è tutto da dimostrare. In passato, abbiamo sentito anche “sparate” più clamorose; in realtà, poi, mi sembra che nei fatti si sia ancora molto lontani da un dato effettivo.

D. - Questa strategia non peggiora i rapporti con la comunità internazionale?
R. - In due occasioni si è stati ad un passo da una conclusione positiva di questa “querelle” infinita. Una è stata nell’ottobre 2009 quando, di fatto, sembrava che attraverso l’Aiea si fosse arrivati ad una soluzione; l’altra è stata qualche mese più tardi, quando l’Iran, riprendendo in realtà buona parte dei punti-chiave di quell’accordo e adattandoli ad altre questioni, aveva raggiunto l’accordo con Brasile e Turchia che sostanzialmente prevedeva un arricchimento all’estero: di quello, probabilmente, si ricomincerà a parlare tra poche settimane ad Istanbul. Sicuramente, l’Iran non vuole dare l’impressione - e questo lo fa anche per questioni di politica interna - di accettare un diktat dalla comunità internazionale. In questo, bisognerà vedere quali saranno gli interessi dei singoli partecipanti agli incontri, cioè quanto la Russia - ad esempio - sia disposta a concedere: i rapporti tra Iran e Russia, probabilmente, sono molto più importanti di quanto si creda nell’ambito di questa controversia sul nucleare.

D. - Oggi, l’Iran che Paese è?
R. - L’Iran è un Paese che non si trova sul punto di un cambiamento come probabilmente troppi credevano o speravano nel 2009; è un Paese che sta vivendo una fase di crisi anche molto lunga, forse anche molto più lunga di quello che gli stessi iraniani si aspettassero. E’ una crisi strutturale: è un sistema che dopo quasi 32 anni dalla creazione della Repubblica islamica, sta facendo i conti con una serie di complicazioni che sono intervenute con il normale sviluppo di un Paese. E’ un Paese complesso, un Paese giovane, un Paese che, da un punto di vista energetico, ha risorse quasi illimitate ma che ha una struttura economica obsoleta, vecchia … Tutto questo si lega con una nuova concezione, con una nuova percezione del concetto di cittadinanza maturata anni fa, cioè dagli anni di Khatami in poi, e quindi anche con richieste – da parte degli iraniani stessi – che sono molto diverse da quelle di 15 o 20 anni fa! (gf)

Ascolta l'audio:
http://62.77.60.84/audio/ra/00243097.RM

venerdì 10 dicembre 2010

Caos Sakineh

Per la seconda volta in un mese il ‘Comitato internazionale contro la lapidazione’ dà una notizia sbagliata. E tutti la riprendono

Sakineh libera. Anzi no. Nel giro di poche ore si è rivelata infondata la notizia della liberazione della donna condannata a morte per lapidazione. Per lo meno azzardato fare previsioni sul suo destino, visto che da mesi le autorità iraniane sostengono che la vicenda processuale non è ancora conclusa. Quello che colpisce di questa vicenda, non solo degli ultimissimi sviluppi, è la totale inattendibilità delle fonti.

Praticamente tutte le comunicazioni sul caso provengono dal sedicente “Comitato internazionale contro la lapidazione” e dal “Consiglio centrale degli ex-musulmani”, organizzazioni che fanno entrambe capo a Mina Ahadi, dissidente iraniana residente da anni in Germania.

La stessa persona dalla quale lo scorso 4 novembre partì il falso allarme dell’imminente esecuzione di Sakineh. Allarme subito strombazzato a tutto il mondo dall’attivissimo filosofo francese Bernard-Henry Lévy, sempre in prima linea quando può attaccare l’Iran e il mondo musulmano in generale.


Come allora invitammo alla calma (http://www.ilcassetto.it/notizia.php?tid=1203), allo stesso modo oggi crediamo che sia doveroso usare cautela. In gioco c’è una vita umana. Se lo dovrebbero ricordare tutti, non solo a Teheran.

venerdì 5 novembre 2010

Sakineh, allarmi e dubbi - Il Cassetto

Sakineh, allarmi e dubbi - Il Cassetto

Iran, Sacchetti: «Un errore rinvigorire la tensione senza un giusto motivo»

"Sakineh Mohammadi Ashtiani sta bene, non abbiamo notizie di una nuova data per l'esecuzione": lo ha detto all'Ansa la portavoce del Comitato internazionale contro le esecuzioni Mina Ahadi. Secondo la portavoce, inoltre, Javid Hutan Kian, avvocato di Sakineh, potrebbe essere rilasciato su cauzione sabato prossimo. Non si hanno invece notizie del figlio della donna. Secondo Antonello Sacchetti (audio), giornalista e autore del libro “Iran. La resa dei conti” edizioni Infinito, quello di due giorni fa è stato «un allarme che non trova riscontri oggettivi».

Oggi la portavoce Mina Ahadi dichiara: “Sakineh Mohammadi Ashtiani sta bene, non abbiamo notizie di una nuova data per l'esecuzione”. Cosa sta accadendo?«Sono rimasto sorpreso dall'allarme lanciato due giorni fa, non trovavo riscontri oggettivi rispetto a questa esecuzione imminente. Soprattutto perché qualche giorno fa da Teheran erano arrivati segnali opposti, a voler smentire la gravità della situazione. Non pare il momento di massimo pericolo per Sakineh. Quella della condanna a morte è una realtà che riguarda molti detenuti in tutto il mondo, non solo in Iran: va bene mantenere alto l'allarme, ma non capisco perché rinvigorire senza un giusto motivo la tensione».

Azar Nafisi, autrice di “Leggere Lolita a Teheran” sulle pagine de La Repubblica di ieri ha lanciato la proposta: impedire a Mahmoud Ahmadinejad la partecipazione ad incontri internazionali. Una proposta praticabile?«Secondo me non è accettabile e di fondo non è giusto. Se si vuole che l'Iran, paese membro delle Nazioni Unite, rispetti le convenzioni dell'Onu a cominciare da quelle dei diritti umani, non capisco perché impedirgli di intervenire nei luoghi deputati alle discussioni. Quando il presidente iraniano sostiene che su Sakineh si è fatto un gran polverone e non si è detto nulla sulle esecuzioni avvenute nello stesso momento negli Stati Uniti, non dice una cosa sbagliata».

Ad oggi a che punto è il dialogo tra Iran e Occidente?«Ci sono rapporti continui al di là della facciata. Qualche giorno fa il portavoce del Dipartimento di stato americano ha fatto gli auguri di buon compleanno ad Ahmadinejad usando twitter: sono dei segnali che nella diplomazia e nella geopolitica internazionale hanno un senso. E poi ieri gli Usa hanno inserito nella lista nera delle organizzazioni terroristiche Jundullah, una formazione armata del Belucistan artefice di attentati terroristici in Iran. Teheran ha accolto con favore questa decisione degli Usa».

giovedì 28 ottobre 2010

Le responsabilità comuni


Il viceministro degli Esteri iraniano Ali Ahani a un convegno organizzato a Roma dall’Ipalmo


Iran e Italia non solo possono ma devono collaborare per risolvere problemi e preoccupazioni comuni. È quanto emerso dalla conferenza 'Repubblica Islamica dell'Iran - Italia: responsabilità comuni e differenze nel mondo in evoluzione', organizzato il 27 ottobre a Roma dall'Ipalmo (Istituto per le relazioni tra l'Italia e i Paesi dell'Africa, America Latina, Medio ed Estremo Oriente). Hanno partecipato il presidente dell’Ipalmo Gianni De Michelis, il sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi e il viceministro degli Esteri iraniano Ali Ahani.


De Michelis: “Peccato non aver raccolto intesa turco - brasiliana sul nucleare”

Che il tono e i contenuti del convegno non sarebbero stati banali, lo si è intuito già dall’introduzione del presidente dell’Ipalmo Gianni De Michelis che ha affrontato senza giri di parole la querelle nucleare, giudicando “un errore non aver sfruttato l'iniziativa turco-brasiliana”. Come si ricorderà, a maggio 2010 è stato sottoscritto un accordo tra Iran, Turchia e Brasile, che impegna Teheran a trasferire 1.200 chilogrammi di uranio non arricchito sul suolo turco per ricevere in cambio 120 chilogrammi di uranio arricchito al 20 per cento. La comunità internazionale non raccolse però quella proposta e da allora non si sono fatti passi in avanti.


L’iniziativa turco-brasiliana è stata, secondo De Michelis, “il primo segno del mondo 'post - Pittsburgh' (città Usa sede a settembre 2009 del vertice G-20). Un Paese occidentale come il Brasile e un membro della Nato come la Turchia sono oggi capaci di iniziative come questa. Dobbiamo adeguarci all’evoluzione del mondo e pensare a una governance multilaterale”.


“L’Unione europea – aggiunge- ha sbagliato a non partecipare alla conferenza sul disarmo nucleare svoltasi a Teheran in aprile. Io ci sono stato a titolo personale ed è stata molto utile. Oltretutto, affermava le stesse cose che contemporaneamente diceva Obama a Washington: nucleare civile per tutti, nucleare militare per nessuno”.


Stefania Craxi: “Perché le sanzioni”

Il sottosegretario agli Esteri Stefania Craxi ha spiegato il perché dell’appoggio italiano alle sanzioni all’Iran: “Le riteniamo utili per indurre il governo iraniano a un ripensamento delle proprie posizioni sul nucleare”, aggiungendo che “i segnali provenienti da Teheran non sono sempre di facile interpretazione. Vorrei interpretarli ottimisticamente come segnali di disponibilità al dialogo, ma quest'opportunità rischia col tempo di chiudersi e di lasciare il passo a scenari pericolosi, dai quali nessuno degli attori in gioco avrebbe nulla da guadagnare".
In riferimento al caso Sakineh, Stefania Craxi ha invitato gli organi di sicurezza iraniani a non fare "pressioni indebite sui legali e i familiari" di Sakineh. "La notizia del loro arresto finora né confermata né smentita - ha aggiunto la Craxi - non può non alimentare una legittima preoccupazione a riguardo". La Craxi ha poi auspicato che il dibattito nato in Iran "sull'abolizione dal codice penale di misure crudeli come la lapidazione" raggiunga presto risultati positivi.


Ahani: “No a dialogo con Talebani”

Stabilizzazione dell’Afghanistan, sicurezza energetica, lotta al narcotraffico e lotta al terrorismo. Su questi 4 grandi temi si può fondare una collaborazione duratura ed efficace tra Italia e Iran. Ahani propone una “lettura diversa della situazione politica internazionale”, che non può più essere governata da istituzioni che si basano su un passato lontano, ormai superato. Iran e Ue hanno molti problemi in comune e devono trovare soluzioni costruttive attraverso l’interazione”.


In merito all’Afghanistan, il viceministro iraniano sottolinea come l’instabilità sia dovuta alla mancata comprensione della realtà da parte degli Usa. “Dopo 9 anni di occupazione militare, la situazione è ancora più complicata. Aggiungere nuove truppe non farebbe che peggiorare le cose. La mancata ottemperanza degli impegni stabiliti dalla Conferenza di Bonn (novembre 2001, ndr) ha determinato il fallimento dell’approccio internazionale”. In questo senso, il ritiro delle truppe italiane entro il 2014 è giudicato “tardivo ma importante”.


Da Ahani un no deciso alle trattative con i Talebani: "Non si può essere fiduciosi che elementi estremisti riescano a portare stabilità e sicurezza in Afghanistan. Queste forze, per loro natura, se entrassero nel governo cercherebbero di prendere il controllo assoluto, escludendo gli altri gruppi". La comunità internazionale dovrebbe piuttosto puntare sul rafforzamento economico e istituzionale dell’Afghanistan.


L’Iran e il progetto Nabucco

Il viceministro iraniano ha ricordato che il suo Paese è il secondo al mondo per riserve di gas e il terzo per quelle di petrolio. “Il fabbisogno mondiale di greggio salirà dagli 11 miliardi di tonnellate di oggi a 14 miliardi entro il 2020. Se per colpa delle ‘ragnatele della politica’ l’Unione europea escluderà l’Iran dal progetto Nabucco (gasdotto per l’importazione di gas naturale dal Caspio, ndr), non farà altro che aumentare la propria dipendenza energetica”. Ahani non lo dice, ma è chiaro che dietro a queste manovre c’è la Russia, preoccupata di perdere una parte consistente del proprio potere energetico. Lo stesso ragionamento vale per l’oleodotto Pars, che dovrebbe portare petrolio dall’Iran all’Europa attraverso l’Iraq e la Siria: “Escluderci sarebbe un errore gravissimo, soprattutto per voi: noi il gas e il petrolio li vendiamo comunque “.


India e Cina sono infatti i nuovi grandi partner commerciali di Teheran, mentre l’interscambio con l’Italia perde i colpi. Per la preoccupazione delle imprese nostrane e del presidente della Camera di commercio italo iraniana, rappresentata in sala dal Segretario generale Pierluigi D’Agata.


Un’amicizia da custodire. Nonostante Berlusconi

Ahani – rispondendo a una domanda di un giornalista – ritiene che “gli antichi legami di amicizia tra Italia e Iran siano un tesoro da custodire gelosamente”, nonostante alcune dichiarazioni ostili del premier Berlusconi. “L'Iran è un partner sicuro e stabile. Non siamo una minaccia per nessuno, non vogliamo mettere paura a nessuno. Rispettiamo il Trattato di non proliferazione e le nostre attività sono monitorate dall'Agenzia internazionale dell'energia atomica. È ovvio che vogliamo produrre combustibile atomico: la Russia ce lo ha fornito solo per un anno. Possiamo rischiare che non ci vendano combustibile per il reattore di ricerca medica di Teheran? Avremmo bisogno di 20 centrali per il fabbisogno energetico del Paese: perché il combustibile deve essere monopolio di quattro potenze mondiali?”. Le sanzioni, dice Ahani, colpiscono il popolo iraniano, e certo non incoraggiano il dialogo. Ad ogni modo, l'Iran sta valutando dettagli e tempistica" della proposta avanzata dal capo della diplomazia dell'Ue Catherine Ashton, rappresentante del gruppo di mediazione con l'Iran'5+1' (ovvero Stati Uniti, Russia, Gran Bretagna, Francia e Cina più laGermania), che ha proposto a Teheran di riprendere il dialogo sulla questione nucleare.


Una conferenza internazionale sul terrorismo

La tragedia dell’11 settembre è stata utilizzata in modo strumentale. Si parla di lotta al terrorismo – prosegue Ahani – ma l’Europa e l’Italia continuano a ospitare i Mojaheddin del Popolo, mascherati sotto nomi diversi. Non è una contraddizione con i principi dell’Ue?’”. L’Iran è una vittima del terrorismo e per questo intende promuovere una conferenza internazionale sul tema, da tenersi a Teheran nel 2011, aperta agli esperti italiani”.


Sul caso Sakineh, Ahani parla di una “sceneggiata anti iraniana creata da un lavoro di lobbying”. “Si tratta di un caso risalente a 6 anni fa. Il procedimento penale è in corso , e non vi e' nessuna sentenza definitiva". Secondo Ahani, la promozione dei diritti umani deve essere un impegno comune, ma deve esserci un rispetto reciproco e non ci devono essere né strumentalizzazioni né doppi standard”.