venerdì 14 ottobre 2011

Cresce la tensione tra Stati Uniti e Iran

Dopo il presunto sventato complotto iraniano per uccidere l'ambasciatore saudita a Washington, gli Stati Uniti minacciano l'Iran di gravi conseguenze, e lavorano per isolare Teheran. Non viene esclusa neppure un'azione militare, mentre il vicepresidente Biden ha ventilato la possibilità di nuove sanzioni. Da parte sua, Teheran respinge ogni accusa e definisce il piano terroristico di cui è accusata ''un ridicolo show''. Salvatore Sabatino ne ha parlato con Antonello Sacchetti, esperto di questioni iraniane:RealAudioMP3

R. – Dopo diversi mesi si riparla di Iran, che dopo la primavera araba, il conflitto in Libia, era uscito dall’agenda internazionale, almeno apparentemente. Questo è già un dato di fatto. La primissima impressione è che appunto ci sia un rafforzamento di un asse tra l’Arabia Saudita e gli Stati Uniti in chiara chiave anti-iraniana: questa è una cosa evidente, al punto che anche la reazione iraniana mi sembra molto forte: hanno toccato una sensibilità molto viva.

D. – Ricordiamo che Stati Uniti e Arabia Saudita, durante la Prima Guerra del Golfo contro l’Iraq, erano praticamente unite, nella Seconda invece hanno avuto qualche problema diplomatico. Questo vuol dire che si sta ricompattando l’asse Washington-Riad?

R. – Apparentemente sì. Io vorrei ricordare anche che Arabia Saudita e Stati Uniti sono stati i principali sostenitori politici, nonché militari, dell’Iraq, nella guerra contro l’Iran. In questo momento, sicuramente, c’è una situazione molto più complicata di quello che sta avvenendo in Medio Oriente, soprattutto nel Mediterraneo. E’ evidente, però, che c’è una situazione nuova, che è data anche dal fatto che l’Iran è in difficoltà evidente rispetto a quello che è l’unico alleato della regione, cioè la Siria, che sta attraversando una crisi interna abbastanza grave.

D. – Su una cosa non ci sono dubbi, l’Iran periodicamente torna in primo piano nell’agenda internazionale, soprattutto un’agenda fatta di crisi. Perché?

R. – Mi sembra evidente che entriamo in una fase che, politicamente, è molto delicata, per una serie di scadenze. L’Iran si appresta a vivere un anno particolarmente travagliato, perché in primavera si voterà per il parlamento e il fronte conservatore è quanto mai diviso. La partita, in questo momento, è molto alta ed è interna. Tra un anno si rivoterà per la presidenza e sappiamo già che Ahmadinejad non ci sarà, perché non può ricandidarsi per una terza volta. Dall’altra parte, anche gli Stati Uniti sono ad un anno preelettorale e da un certo punto di vista ci sono molte questioni rimaste ancora in sospeso: l’Afghanistan, l’Iraq, la situazione nuova per quanto riguarda i Paesi del Golfo Persico, e lì rientra l’Iran come fattore che può essere sia di stabilizzazione che di destabilizzazione. Mi sembra che questa sia un’accelerazione anche abbastanza improvvisa. Su quali basi tutto questo poi avvenga è tutto da discutere. Io personalmente rimango sempre un po’ perplesso quando c’è un attentato che si fa attraverso un’organizzazione che passa per bonifici bancari, per noleggio di aerei privati e tutte cose più che mai tracciabili. Ora è vero che dopo l’11 settembre siamo abituati a prendere tutto per buono, tutto per verissimo, ma io sarei più cauto su tutto. (ap)

mercoledì 22 giugno 2011

L'Iran, 24 mesi dopo le proteste dell'"Onda verde"



In Iran, due anni fa, con la morte della ventiseienne Neda Agha Soltan durante un corteo, arrivavano al culmine le proteste della cosiddetta "Onda Verde" contro la rielezione del presidente, Mahmoud Ahmadinejad. Davide Maggiore ha chiesto ad Antonello Sacchetti, giornalista e autore di saggi sull’argomento, cosa è cambiato nel Paese in questi 24 mesi:RealAudioMP3

R. - La situazione, dal punto di vista politico, si è cristallizzata: il confronto non è più tanto fra riformisti e conservatori, quanto una lotta tra Ahmadinejad e una parte dei conservatori che allora contribuirono alla sua rielezione, ma che oggi sono contro di lui sulla politica economica e la politica internazionale. Da un punto di vista della repressione, la situazione - probabilmente - è ancora peggiore, ed anche il movimento di protesta fatica a trovare degli strumenti nuovi.

D. - Ahmadinejad oggi è più forte o più debole di due anni fa?

R. - E’ più debole anche per una serie di fattori fisiologici: tra due anni ci saranno di nuovo le elezioni presidenziali e Ahmadinejad non potrà ricandidarsi. Al di là di questo, ha dovuto affrontare una serie di controversie che gli hanno inimicato una buona parte del fronte conservatore. E’ un personaggio che - forse - si avvia ad uscire dalla scena.

D. - Che effetti può avere la "primavera araba" sulle ambizioni internazionali di Teheran e sulla tenuta del governo degli Ayatollah?

R. - Probabilmente, tutta la "primavera araba" ha preso ispirazione proprio da quell’esempio di grande mobilitazione che c’è stata due anni fa in Iran, ma con un contesto decisamente diverso: quelle arabe molto spesso sono autocrazie, mentre quello dell’Iran è un regime molto più complesso, nel quale ci sono anche intere categorie sociali che beneficiano di questo e che non sanno cosa potrebbe accadere se un domani questo regime dovesse cambiare o crollare. Da un punto di vista internazionale, tutto questo cambia un po’ gli equilibri. E’ anche interessante vedere come le dichiarazioni del governo iraniano mutino a seconda che si parli delle rivolte in Siria - che, appunto, sono sempre frutto delle intromissioni dell’Occidente - mentre quando si parla di quelle in Bahrein danno pieno sostegno ai rivoltosi.

D. - In questo contesto, che ruolo può assumere la comunità internazionale?

R. - Per quanto riguarda l’Iran, ha avuto e sta avendo un comportamento un po’ altalenante. E’ chiaro che tutto quello che è successo nel Mediterraneo negli ultimi mesi ha catalizzato l’attenzione della comunità internazionale, ma è anche vero che di Iran ormai non se ne parla più da tantissimo tempo. Io non sono tra quelli che auspicano l’isolamento dei regimi: quando sono più isolati, spesso più la repressione aumenta. Detto questo, è auspicabile che la comunità internazionale ripristini un dialogo sulla democrazia, sul rispetto dei diritti umani e soprattutto su quello che sta avvenendo ad alcuni personaggi: i leader dell’Onda Verde - Moussavi e Karrubi - sono di fatto agli arresti domiciliari da mesi e non si hanno notizie certe di quanto stia avvenendo, né mi sembra che dalla comunità internazionale ci sia stata la giusta attenzione riguardo a questo fatto. (mg)

mercoledì 27 aprile 2011

Iran. Sguardi sotterranei

Mercoledì 4 maggio evento multimediale a Roma

Si svolge mercoledì 4 maggio la seconda edizione di “Iran Sguardi Sotterranei”, evento multimediale concepito con le Biblioteche di Roma e Roma Multietnica per offrire uno spazio alle opere di giovani artisti iraniani residenti in Italia e in Iran.

Un excursus per far conoscere la nuova generazione underground iraniana, nata dopo la Rivoluzione del 1979.

Proiezioni, video, pittura, scultura, articoli e interviste accompagnano l’evento, coinvolgendo personaggi noti e artisti con le loro testimonianze e aprendo nuovi varchi di conoscenza.

Programma

ore 17.00

proiezione del film I gatti persiani di Bahman Ghobadi.

ore 19.00

Saluti di Francesco Antonelli – Presidente Istituzione Biblioteche di Roma

Inaugurazione della mostra di pittura e illustrazioni di Ehsan Mehrbakhsh, sculture di Arash Sharifnejad e Solmaz Vilkiji.

ore 20.00

Proiezione di cortometraggi di Elham Dousthaghighi, Ehsan Mehrbakhsh, Hamed Momeni e Morteza Rokhsatpanah.

Proiezioni di video musicali dalla scena underground iraniana.

Sottotitoli a cura di Roberto Laghi, Ehsan Mehrbakhsh e Francesca Merli.

Interviste e testi di Roberto Laghi e Francesca Merli, con la supervisione tecnica di Moein Maddah.

Intervengono: Antonello Sacchetti (autore del libro I ragazzi di Teheran), Ahmad Rafat (giornalista di Voice of America), Ehsan Mehrbakhsh (illustratore/video artista) e Valerio del Vasto (critico musicale).

Special thanks to embrio.net www.embrio.net

Biblioteca Guglielmo Marconi

Via Gerolamo Cardano, 135

guglielmomarconi@bibliotechediroma.it

per info: tel. 0645430264

lunedì 18 aprile 2011

Velasco legge "Misteri persiani"


In questa intervista a Repubblica del 18 aprile 2011, Julio Velasco, nuovo allenatore della nazionale iraniana di pallavolo, dichiara di essere partito con 3 libri in valigia. Tra questi, Misteri persiani di Antonello Sacchetti. Leggi l'intervista: http://www.repubblica.it/sport/vari/2011/04/18/news/velasco_iran-15075599/?ref=HRLS-5

venerdì 1 aprile 2011

Petrolio persiano


Come la gestione del greggio ha segnato la storia recente dell'Iran

Se c’è un elemento di continuità nella storia recente dell’Iran, è proprio il petrolio. O, meglio, la gestione del petrolio da parte dei governanti e le conseguenze di questa gestione nella vita politica. Se le parole sono importanti, quando parliamo di Iran dobbiamo sempre ricordare che il concetto stesso di cittadinanza (shahrvandi) è un’innovazione piuttosto recente, entrata nel linguaggio della Repubblica islamica soltanto con le due presidenze Khatami (1997 – 2005).

In Iran, infatti, il bilancio statale si basa sull'export del petrolio, non sulle tasse. La vendita di petrolio all’estero rappresenta infatti l’80 per cento dell’export iraniano e il 60 per cento del bilancio totale del paese. È questa la grande linea di continuità tra Iran pre e post rivoluzionario: lo Stato chiede poco in termini di contributi e dà pochissimo in termini di diritti e potere decisionale. È una condizione di sudditanza, non ancora di cittadinanza. Era così con lo scià, è sostanzialmente così nella Repubblica islamica.

Secondo l’Oil and Gas Journal, le riserve petrolifere iraniane ammontano a 137,6 miliardi di barili di petrolio, pari al 10 per cento delle risorse mondiali totali. L’Iran è inoltre il secondo Paese al mondo per riserve di gas naturale. Tra il marzo 2009 e il marzo 2010 (in Iran il capodanno coincide con l’equinozio di primavera) l’Iran ha esportato più di 844 milioni di barili di greggio, approssimativamente 2,3 milioni di barili al giorno, piazzandosi al secondo posto dietro l’Arabia Saudita nella classifica dei paesi esportatori aderenti all’OPEC. Dove va tutto questo greggio? Principalmente in Giappone, Cina, Sud africa, Brasile, Pakistan, Sri Lanka, Spagna, India e Paesi Bassi. I centri produttivi sono 40 (27 on shore e 13 offshore), concentrati perlopiù nella provincia sudoccidentale del Khuzestan, la cui invasione da parte di Saddam Hussein nel 1980 fu all’origine della lunga e sanguinosissima guerra tra Iran e Iraq.

La gestione dello sfruttamento delle risorse petrolifere è affidata alla Compagnia nazionale del petrolio iraniano (NIOC), di proprietà statale e sotto la supervisione del ministro del petrolio. La Costituzione iraniana proibisce la proprietà privata per le funzioni di esplorazione ed estrazione, ma il governo permette contratti buy-back, in virtù dei quali le compagnie straniere forniscono impianti o macchinari e ricevono in cambio diritti sul greggio o sul gas estratto. Le partnership con le imprese straniere sono fondamentali per l’industria petrolifera iraniana, assai limitata dall’arretratezza dei propri mezzi tecnici. Basti pensare che oggi l’Iran produce meno della metà dei 5 milioni di barili di greggio al giorno che venivano prodotti nel 1978. La rivoluzione, 8 anni di guerra con l’Iraq, le sanzioni, i tagli agli investimenti e un naturale declino dei giacimenti di greggio, impediscono di tornare a quei livelli. Per arrestare il declino, i giacimenti iraniani avrebbero bisogno di interventi strutturali, come iniezioni di gas naturale.

Il piano di sviluppo quinquennale approvato dal parlamento iraniano nel gennaio 2010 prevede di arrivare a 5,1 milioni di barili al giorno dal 2015, ma per raggiungere questo obiettivo, la collaborazione con imprese straniere è indispensabile. Un esempio: nel 1999 è stato scoperto il giacimento di Azadegan, vicino ad Ahvaz, le cui riserve sono stimate in 26 miliardi di barili. Nulla di eccezionale, ma è comunque la scoperta più importante degli ultimi 30 anni. Si tratta però di un sito geologicamente complesso, in cui l’estrazione è molto difficile. Nel gennaio 2009 la NIOC ha perciò siglato un contratto buyback con la China National Petroleum Corporation, che prevede un piano di sviluppo in due fasi.

La ricchezza di petrolio è però un’arma a doppio taglio. Proprio perché dispone di tanto petrolio, l’Iran è un Paese abituato a consumarne moltissimo. Il visitatore occidentale rimane in genere sorpreso dall’abituale spreco di energia nelle case e negli uffici iraniani. In inverno i riscaldamenti rimangono accesi giorno e notte e nessuno si preoccupa di spegnere le luci nelle stanze vuote. Fino a poco tempo fa, la benzina aveva un prezzo politico irrisorio (equivalente a meno di 10 centesimi di euro al litro), insufficiente a coprire persino le spese di raffinazione. Questo incoraggiava un uso dissennato delle auto, con conseguenze catastrofiche per l’ambiente e per il traffico, soprattutto a Teheran. L’Iran consuma approssimativamente 400.000 barili di benzina al giorno e l’insufficienza delle proprie raffinerie ha creato il paradosso: il secondo esportatore di greggio è costretto a importare benzina per soddisfare la domanda interna.

Per risolvere questo problema, il governo ha messo a punto un piano di sviluppo delle raffinerie locali attraverso una serie di joint venture con Cina, Malesia, Indonesia e Singapore. L’obiettivo, per la verità molto ambizioso, è di arrivare a esportare benzina nel 2013. La cura elaborata dal governo Ahmadinejad è drastica: il taglio dei sussidi agli idrocarburi lanciato nel dicembre 2010 ha quadruplicato il prezzo della benzina. È solo il primo passo di una grande riforma che deve porre fine a un sistema che costa 100 miliardi di dollari l’anno. Sistema che lo stesso Ahmadinejad ha però finora incoraggiato. Sostenendo di voler portare i proventi sul sofreh (la tavola) dei poveri, ha approfittato del prezzo del greggio che nella prima fase del suo mandato si è mantenuto alto, tra i 50 e 100 dollari.

Ahmadinejad ha così potuto elargire sussidi a pioggia, soprattutto per gli agricoltori, e favorire gli uomini d’affari a lui vicini e rafforzare i pasdaran. Questa congiuntura favorevole ha consentito il rinvio di decisioni strutturali e ha contenuto il malessere sociale. Non aveva avuto la stessa fortuna il predecessore di Ahmadinejad, il riformista Khatami. Sotto i suoi due mandati il prezzo del greggio era arrivato a costare appena 9 dollari al barile. Col picco del prezzo del greggio nel 2007-08 l’Iran portò a casa 250 miliardi di dollari di proventi dal petrolio. Quando nella seconda metà del 2008 è arrivata la crisi mondiale, nelle casse dello Stato iraniano non c’erano più di 25 miliardi di dollari. Dove erano finiti tutti i soldi? Di certo, non in investimenti strutturali, dato che l’inflazione è volata al 27 per cento e la disoccupazione al 35 per cento.

La spesa crescente del governo Ahmadinejad ha fatto sì che il Paese abbia bisogno del petrolio a 90 dollari al barile per andare avanti, anche se il governo ha fissato il suo budget a quota 37 dollari. Anche lo scià si ritrovò in una situazione simile. Tra il 1973 e il 1977 l’Iran fu inondato di petrodollari. Quando nel 1977 il prezzo del greggio calò, l’economia nazionale visse una crisi inattesa e durissima. Cominciò così il biennio che avrebbe portato alla rivoluzione. Molto improbabile che la storia si ripeta, ma di sicuro il petrolio è ancora una volta decisivo negli equilibri della politica iraniana.

martedì 22 marzo 2011

Tanti auguri


Obama ieri ha fatto gli auguri agli iraniani per il capodanno persiano, proprio come il 20 marzo 2009. Rispetto al messaggio di No Ruz di due anni fa è diverso il tono e sono diversi i destinatari. Nel 2009 il presidente degli Stati Uniti si rivolgeva al popolo iraniano e ai governanti della Repubblica islamica. Era un tentativo di riconciliazione, “tendeva la mano” a Teheran. Oggi Obama parla agli iraniani e critica il governo di Ahmadinejad, senza mai citarlo apertamente. Non parla di nucleare o di rapporti Usa-Iran, ma fa nomi e cognomi, citando diversi casi, come quelli di Nasrin Sotoudeh e di Jafar Panahi.

Dal discorso di Obama sembra però che la repressione in Iran sia cominciata soltanto dopo le elezioni del 2009, mentre sappiamo bene che non è così. Il presidente statunitense compie poi un sillogismo politico piuttosto forte; paragonando l’Iran all’Egitto sembra lanciare un monito: se non cambierete farete una brutta fine. Tutto questa assume un carattere particolarmente grave alla luce di quanto sta avvenendo in queste ore in Libia.

Obama dice ai giovani iraniani: “Io sono con voi”. Difficile capire come, al di là dei proclami per la libertà e la democrazia. E, in tutta sincerità, non so quanto questo abbraccio possa aiutare chi in Iran la repressione la vive sulla propria pelle. Non sarà ora più facile essere accusati di lavorare per il nemico esterno? Forse l’amministrazione Usa ha deciso per un cambio radicale nell’approccio al dossier iraniano e questo messaggio potrebbe essere solo un primo assaggio.

lunedì 21 marzo 2011

Il No Ruz di Obama


Il presidente Usa manda un messaggio di auguri di capodanno al popolo iraniano. Ecco il testo integrale in italiano e il video originale con i sottotitoli in persiano


Oggi voglio estendere I miei migliori auguri a tutti coloro che stanno celebrando No Ruz negli Stati Uniti e in tutto il mondo.

Da quando sono presidente, ho sempre ricordato questa festa parlando direttamente al popolo dell’Iran. È quello che voglio fare ancora una volta.

Questa è una festa che il popolo iraniano trascorre con gli amici e la famiglia, in cui riflette sulle straordinarie benedizioni di cui gode e in cui guarda avanti alla promessa di un nuovo giorno. Dopo tutto, questa è una stagione di speranza e rinnovamento. E oggi, sappiamo che è anche una stagione di speranze in Medio Oriente e Nord Africa, come pure sappiamo che le sfide in ballo sono enormi.


Io credo che alcuni valori siano universali – la libertà di riunione e associazione pacifica, la possibilità di esprimere il proprio pensiero e di scegliere i propri governanti. E quello che stiamo vedendo in tutta la regione è l’asserzione che i governi sono responsabili nei confronti del popolo.


Ma noi sappiamo anche che questi movimenti per il cambiamento non sono nati negli ultimi mesi. Le stesse forze di speranza che sono dilagate in Piazza Tahrir (Il Cairo, ndr) sono state viste a piazza Azadi (Teheran, ndr) nel giugno 2009. E così come il popolo della regione ha sostenuto il diritto di scegliere come essere governato, così i governi della regione possono scegliere come rispondere.

Finora, il governo iraniano ha risposto dimostrando di tenere molto più alla conservazione del proprio potere che al rispetto dei diritti del popolo iraniano.

Da quasi due anni è in atto una campagna di intimidazione e abusi. Vecchi e giovani; uomini e donne; ricchi e poveri – il popolo iraniano è stato perseguitato. Nelle carceri ci sono centinaia di prigionieri per motivi di opinione. Si è perduta l’innocenza. I giornalisti sono stati ridotti al silenzio. Le donne torturate. Ragazzini sono stati condannati a morte.

Il mondo ha guardato con allarme a queste ingiustizie. Abbiamo visto Nasrin Sotoudeh arrestata per aver difeso i diritti umani; Jafar Panahi è stato arrestato e gli è stato impedito di girare film; Abdolreza Tajik è stato incarcerato perché giornalista. La comunità Baha’i e i musulmani Sufi sono stati puniti per la loro fede; Mohammad Valian, un giovane studente, è stato condannato a morte per aver scagliato tre sassi.

Queste scelte non dimostrano forza, dimostrano paura. Perché rivelano un governo così impaurito dai suoi stessi cittadini da non permettere loro nemmeno la libertà di informazione e di comunicare tra di loro. Ma il futuro dell’Iran non sarà determinato dalla paura. Il futuro dell’Iran appartiene ai giovani che saranno artefici del proprio destino.


Oltre il 60 per cento degli iraniani sono nati dopo il 1979. voi non siete vincolati alle catene del passato – al fuorviante odio per l’America che non creerà né lavoro né opportunità; al governo duro e irresponsabile; al rifiuto di lasciare che il popolo iraniano esprima tutto il proprio potenziale per paura che questo mini l’autorità dello Stato.

Al contrario, voi, giovani dell’Iran, portate dentro di voi sia l’antica grandezza della civiltà persiana sia il potere di forgiare un paese che risponda alle vostre aspettative. Il vostro talento, le vostre speranze e le vostre scelte formeranno il futuro dell’Iran e contribuiranno a illuminare il mondo. E sebbene i tempi possano sembrare cupi, voglio che sappiate che io sono con voi.

In questo giorno – una festa che fa da ponte tra il passato e il futuro – voglio terminare con una citazione della poetessa Simin Behbahani, una donna a cui è stato proibito di viaggiare fuori dall’Iran, sebbene le sue parole sono famose in tutto il mondo: “Posso essere vecchia, ma datemi la possibilità, imparerò. Comincerò una seconda giovinezza accanto alla mia progenie. Reciterò l’Hadith dell’amore di un paese con così tanto fervore come se ogni parola partorisse vita”.

Lasciate che questa sia la stagione di una seconda giovinezza per tutti gli iraniani, un tempo in cui una nuova stagione partorisca ancora una volta una nuova vita.

Grazie e Aid-e-Shoma Mobarak.







mercoledì 2 marzo 2011

Il movimento verde iraniano e le proteste arabe


Mentre le proteste infiammano il Nord Africa e coinvolgono diversi paesi del Golfo, in Iran sono in molti a rivendicare la paternità delle rivolte arabe: i conservatori fanno riferimento alla rivoluzione khomeinista del 1979, mentre il movimento verde di opposizione sostiene che gli arabi abbiano tratto ispirazione dalle proteste successive alle contestate elezioni presidenziali del giugno 2009. Farian Sabahi discute dell'attuale situazione nella Repubblica islamica con la studiosa Anna Vanzan, con gli scrittori iraniani Bijan Zarmandili e Hamid Ziarati, e con lo scrittore romano Antonello Sacchetti, autore di diversi libri sui giovani di Teheran.


Ascolta l'audio:

giovedì 17 febbraio 2011

Iran. Il ritorno dell'Onda Verde

Dopo oltre un anno di silenzio l'Onda Verde iraniana torna in piazza nonostante il divieto delle autorità. A Teheran si contano due morti e circa 1.500 arresti. I deputati conservatori si scagliano contro i leader dell'opposizione Moussavi e Karroubi, mentre gli Stati Uniti si schierano con i manifestanti.

Antonello Sacchetti ospite su Youdem Tv nella puntata di Linea Mondo del 16 febbraio:


martedì 15 febbraio 2011

L’anello mancante


A Tehran torna in piazza l’Onda Verde. Ma l’Iran non è né l’Egitto né la Tunisia


“Tutto è simbolo e analogia”, sosteneva Fernando Pessoa. Sembra mossa da una simmetria fatale l’attuale situazione in Medio Oriente. Sembra soltanto o è davvero? Tunisia, Egitto, ora Iran? Forse sarebbe il caso di dire, “di nuovo Iran”. Perché le manifestazioni del 14 febbraio, 25 Bahaman per il calendario persiano, hanno rappresentato il ritorno dell’Onda verde dopo un anno di assenza dalle piazze. Si è scritto e parlato di scontri e arresti. Le vittime accertate sarebbero due.


Che bilancio possiamo trarre? Innanzitutto che l’Onda verde è viva e capace ancora di creare problemi al governo iraniano. Il movimento ha vissuto una fase di sostanziale “ibernazione” dopo gli scontri dell’Ashura dello scorso anno (27 dicembre 2009). Si attendeva una grande prova di forza per l’11 febbraio di un anno fa (giorno dell’anniversario della Rivoluzione iraniana) ma in quel caso la macchina della repressione fu molto efficace e la mobilitazione fallì.
Invece questo 14 febbraio 2011 è indubbiamente un successo a favore dell’opposizione. Molto probabilmente le persone in piazza a Teheran non erano “centinaia di migliaia” ma alcune migliaia. Siamo molto lontani dalle manifestazioni oceaniche del giugno 2009. Ma che sia stato un successo lo dimostrano l’imbarazzo e il nervosismo della Guida suprema e dei conservatori.
Il successo è anche dei leader dell’opposizione, Moussavi, Karroubi e Khatami, che queste manifestazioni avevano indetto. Non saranno certo le “facce nuove” che molti iraniani vorrebbero vedere, ma di sicuro continuano a giocare un ruolo importante nella scena politica iraniana. Anche perché tra un anno si vota per il parlamento e tra due ci sarà per forza un nuovo presidente della Repubblica, dato che la costituzione impedisce ad Ahmadinejad di correre per il terzo mandato consecutivo.


I manifestanti cantavano: “Mubarak, Ben Alì, ora tocca a Seyyed Alì (Khamenei)”. Difficile stabilire un parallelo con i casi della Tunisia e dell’Egitto. L’Iran è un sistema politico completamente diverso e molto più articolato di quelli tunisino ed egiziano. L’eventuale (e comunque per ora poco probabile) uscita di scena della Guida Suprema, non sarebbe equiparabile alle dimissioni di un Mubarak o di un Ben Ali. Il sistema iraniano è più complicato, più articolato e anche più “resistente” alle scosse.


Sebbene fiaccato dalla crisi economica e dalle divisioni interne, la Repubblica islamica ha ancora una base di consenso, soprattutto nei ceti popolari. Consenso non vuol dire necessariamente entusiasmo, ma molto più semplicemente convenienza.


Inoltre, mentre Mubarak si reggeva grazie all’appoggio degli Usa, l’Iran non ha “sponsor” esterni che possano condizionare il suo destino. Prima di avventurarci in paragoni arditi, forse ci sono ancora d’aiuto i versi di Pessoa:


Tutto ciò che vediamo è qualcos'altro. / L'ampia marea, la marea ansiosa, / è l'eco di un'altra marea che sta / laddove è reale il mondo che esiste. / Tutto ciò che abbiamo è dimenticanza.

Tensione in Iran

La polizia e altre forze di sicurezza iraniane controllano i punti nevralgici di Teheran, in vista della manifestazione indetta per oggi pomeriggio dall'opposizione, a sostegno delle rivolte in Egitto e Tunisia. La dimostrazione, organizzata anche attraverso Internet, non è stata autorizzata dalle autorità della Repubblica islamica. Uno dei leader dell'opposizione, Mir Hossein Mussavi, è stato posto in stato di isolamento nella sua casa della capitale, come successo giovedì scorso ad un altro capo del fronte anti-governativo, Mehdi Karrubi. Ma perché Teheran, che pure ha appoggiato le proteste del Cairo e di Tunisi, ha vietato le manifestazioni? Giada Aquilino lo ha chiesto ad Antonello Sacchetti, autore del libro “Iran, la resa dei conti”:

R. - Si teme che ritorni in piazza l’“onda verde”, quel movimento di protesta che, nell’estate del 2009, si è fatto conoscere in tutto il mondo e che probabilmente è servito anche da modello e da esempio per gli egiziani, con quello che poi è successo al Cairo. Ufficialmente il governo di Teheran si è schierato con i manifestanti egiziani e quindi contro Mubarak. Diciamo ufficialmente, anche perché da un punto di vista geopolitico la caduta di Mubarak è sicuramente gradita a Teheran ma si teme anche, certamente, un effetto di esempio perché, comunque sia, quel movimento in Egitto non è un movimento che politicamente ed ideologicamente è affine ai governanti di Teheran. E’ invece più simile appunto all’“onda verde”.

D. - Cosa resta dell’“onda verde” del 2009?

R. - Gli eventi di questi ultimi giorni - se non altro anche a livello di discussione e di dibattito, sia concreto sia reale a Teheran e sia, tramite Internet, in tutto il mondo - dimostrano che questo movimento è vivo e vegeto. Anzi, la preoccupazione che ha destato nell’establishment di Teheran vuol dire che effettivamente quello che è iniziato allora non si è esaurito. L’ultimo grande evento, in fondo, è stato quel 27 dicembre 2009, cioè il giorno dell’Ashura, quando ci furono anche degli scontri a Teheran. Poi si attendeva una grande prova di forza per l’11 febbraio di un anno fa - che è il giorno dell’anniversario della Rivoluzione iraniana - ma in quel caso scattò la macchina della repressione. Diciamo che tutto fu fatto passare in sordina. Però le istanze che erano alla base di quel movimento ed anche il dibattito politico scatenatosi allora non si è esaurito.

D. - Quindi l’“onda verde” di oggi cosa chiede?

R. - Torna a chiedere quello per cui era scesa in piazza due anni fa. Innanzitutto non dobbiamo dimenticare che allora scese in piazza contro un voto chiaramente manipolato. In questo momento ritorna in piazza per chiedere in primis il diritto di dissenso, il diritto di partecipazione alla vita politica e dà voce anche ad un malcontento molto diffuso, perché in Iran, nel 2009, la gente era stanca della politica economica del governo Ahmadinejad ed oggi lo è ancora di più: l’effetto della crisi - unito anche all’embargo - si sta facendo sentire molto. Questa rivolta, questo movimento che abbiamo visto prima in Tunisia ed ora in Egitto, che si muove in Algeria e probabilmente nello Yemen, si sta diffondendo. Credo che l’esempio iraniano sia stato molto importante. L’esempio iraniano è l’esempio della protesta; come il governo iraniano reagirà a ciò è tutto da vedere. Allora si poteva contare anche su una situazione abbastanza chiusa, oggi - con una crisi che in Medio Oriente sta un po’ dilagando - i timori probabilmente sono maggiori di allora. (vv)

giovedì 10 febbraio 2011

Cairo, Teheran


L’Onda Verde iraniana guarda alla rivolta egiziana e riprende coraggio. Differenze e analogie tra le due situazioni


Ci sono analogie tra la situazione politica egiziana e quella iraniana? Quanto sta accadendo al Cairo influenzerà il futuro immediato di Teheran? Sarebbe sbagliato considerare il Medio Oriente come un’area politica omogenea. Ci sono differenze sostanziali già tra Tunisia e Algeria, Paesi vicini e con una storia simile. Simile ma non identica. Basti pensare al fatto che l’Algeria è stata colonia francese, mentre la Tunisia è stata “solo” un protettorato. Differenza non banale, che ha determinato una diversa maturità della società civile e dell’apparato statale nel passaggio all’indipendenza.


Ancora più grandi le differenze tra due grandi Paesi come l’Egitto e l’Iran. Tahseen Bashir, diplomatico e intellettuale egiziano scomparso nel 2002, sosteneva che il suo Paese e l’Iran sono I soli veri Paesi del Medio Oriente, mentre tutti gli altri non sono che “tribù con le bandiere”.



Due grandi Paesi con destini che si intrecciano, si specchiano, si contrappongono. Eredi di due grandi civiltà preislamiche, due grandi imperi che hanno lasciato tracce profonde nella cultura dei due Paesi. Nell’Iran contemporaneo c’è ancora molto della Persia antica. A cominciare dalle Feste di origine zoroastriana, ad esempio. L’Egitto dei Faraoni è forse più relegato ai musei che al vissuto quotidiano, ma rimane comunque un elemento importante del patrimonio culturale del Paese nordafricano, soprattutto come richiamo turistico.


L’Egitto è un Paese a maggioranza sunnita, ma tra il X e il XII secolo conobbe un’epoca di grande sviluppo sotto il califfato sciita dei Fatimidi. In epoca più recente, vale la pena ricordare che l’iraniano Mossadeq prima (e per breve tempo) e l’egiziano Nasser poi sono stati paladini nazionalisti contro l’ingerenza dei Paesi occidentali.


È in Egitto che nasce il movimento dei Fratelli Musulmani, ma è in Iran che nel 1979 scoppia la rivoluzione che porterà alla creazione della Repubblica islamica. Lo spiega molto efficacemente Vali Nasr nel suo Forces of Fortune: “Avvenne tutto rapidamente. Il mondo musulmano cambio drammaticamente nei brevi 32 mesi che sperarono il ritorno dell’Ayatollah Khomeini in Iran il 1° febbraio 1979 e l’assassinio di Anwar Sadat al Cairo, il 6 ottobre 1981. In quei mesi di grandi sconvolgimenti le forze della rivoluzione islamica presero il potere in Iran; il Pakistan si proclamò Stato islamico; l’Unione Sovietica scatenò una jihad invadendo l’Afghanistan: e il presidente egiziano Anwar Sadat fu assassinato da fondamentalisti radicali. Da quegli anni fatidici, ci sono state molte altre rivolte violente, sconti mortali, attacchi terroristici e repressioni sanguinose, insieme all’inasprirsi di comportamenti conservatori islamici e dell’antiamericanismo ha attraversato molti Paesi dal Nord Africa al Sud Est asiatico. In questo calderone è maturato l’estremismo, dando origine ad al Qaeda e al suo culto della violenza e alla sua fosca visione del mondo”.


Nell’estate 2009, dopo le grandi manifestazioni dell’Onda Verde, in molti Paesi arabi si guardava all’Iran con un misto di invidia e ammirazione. Certo, le proteste erano state soffocate, si contavano morti, feriti, imprigionati e “scomparsi”. Ma il popolo iraniano aveva avuto il coraggio di sfidare il potere, di ribellarsi ai brogli elettorali.


Un anno e mezzo dopo gli egiziani sono intenzionati a farla finita con un presidente padrone, che governo con la legge marziale proprio dal 1981 e che di elezioni ne ha truccate a non finire. Perché non si sono ribellati prima? Forse perché le condizioni dell’economia non erano così disastrate come ora, forse perché oggi il “faraone” sembra vacillare sotto il peso degli anni, della malattia e delle nefandezze dello Stato di polizia da lui guidato a lungo. È ancora in piedi solo perché ha ancora l’appoggio (non più illimitato) dell’Occidente. E questa è la grande differenza con l’Iran. La Repubblica islamica è per tutti (o quasi) una dittatura da 32 anni. Che l’Egitto non sia una democrazia sembra che ce ne accorgiamo solo ora. E qualcuno fa ancora finta di non capirlo. Per citare un vecchio adagio della CIA, Mubarak sarà pure un figlio di puttana, ma è un “nostro” figlio di puttana.


L’establishment di Tehran guarda al Cairo con angoscia mascherata da entusiasmo. Per la Guida suprema Khamenei la rivolta egiziana sarebbe “un riflesso" della rivoluzione iraniana del 1979. Dichiarazione tanto forzata da diventare ridicola. A parte il lunghissimo tempo di reazione (32 anni) che il verbo della rivoluzione iraniana avrebbe impiegato per raggiungere il Nord Africa, è improponibile un parallelo tra l’Egitto di oggi e l’Iran del 1979. Tra i manifestanti del Cairo sembra prevalere finora un approccio non ideologico. Gli stessi Fratelli Musulmani sembrano avere finora un ruolo marginale. Anche se proprio da loro è arrivata la sconfessione più esplicita – via comunicato ufficiale - della “benedizione” di Khamenei: la “rivoluzione” egiziana è popolare, non islamica. Persino il rettorato della celebre università di Al-Ahzar si è sentita in dovere di rispedire al mittente le avances di Teheran.


Ma lo sguardo di Khamenei e del governo iraniano è rivolto soprattutto in casa propria. L’11 febbraio si celebrano i 32 anni della Rivoluzione. Per il 14, (25 Bahman per il calendario persiano) l’opposizione ha deciso di tornare in piazza, organizzando una manifestazione di solidarietà con gli egiziani. Il giornale on line Ghalam-e Sabz, vicino a Mousavi, ha scritto che “il popolo del Medio Oriente è contro la dittatura, sia essa in nome della religione o secolarista”.
Ha rifatto capolino persino l’ex presidente Rafsanjani, che dichiarato che “le crisi in Egitto e Tunisia indicano che questi Paesi non hanno Saputo ascoltare le voci di protesta dei loro popoli, o non le hanno volute ascoltare. Queste rivolte non si limiteranno a queste due nazioni”.


Hossein Hamedani, comandante dei Pasdaran ha ammonito: “I sediziosi devono sapere che li consideriamo come anti-rivoluzionari e spie e che ci opporremo con forza alle loro minacce". A questo è seguito l’arresto ai domiciliari dell’altro leader dell’opposizione Mehdi Karroubi. Dichiarazioni e azioni che tradiscono un grande nervosismo a Teheran. a questo punto non è così significativo se le manifestazioni di lunedì 14 febbraio e quante persone parteciperanno. Dopo un anno di silenzio, l’Onda Verde è viva e capace ancora di spaventare il potere. Come scrive Eugenio Montale: “La storia non si snoda come una catena di anelli ininterrotta./ In ogni caso molti anelli non tengono”.


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lunedì 10 gennaio 2011

Iran: cresce l’attesa per la ripresa dei colloqui sul nucleare

Teheran è in grado di produrre in modo indipendente piastre e barre di combustibile nucleare. A dichiararlo è il capo dell'agenzia atomica e ministro degli Esteri iraniano, Ali Akbar Salehi, che ha riportato in primo piano il controverso programma nucleare della Repubblica Islamica. Queste dichiarazioni giungono a pochi giorni dalla ripresa dei negoziati del gruppo 5+1, fissata per il 20 gennaio a Istanbul. Salvatore Sabatino ne ha parlato con il collega Antonello Sacchetti, autore del libro: “Iran: la resa dei conti”:

R. - Si tratta ancora di una strategia che l’Iran ha adottato quasi sempre, in questi ultimi quattro-cinque anni: cioè, presentarsi al tavolo delle trattative da una posizione di forza, non da una posizione di debolezza, e mi sembra anche abbastanza evidente. Che poi le dichiarazioni in questo caso corrispondano al vero, è tutto da dimostrare. In passato, abbiamo sentito anche “sparate” più clamorose; in realtà, poi, mi sembra che nei fatti si sia ancora molto lontani da un dato effettivo.

D. - Questa strategia non peggiora i rapporti con la comunità internazionale?
R. - In due occasioni si è stati ad un passo da una conclusione positiva di questa “querelle” infinita. Una è stata nell’ottobre 2009 quando, di fatto, sembrava che attraverso l’Aiea si fosse arrivati ad una soluzione; l’altra è stata qualche mese più tardi, quando l’Iran, riprendendo in realtà buona parte dei punti-chiave di quell’accordo e adattandoli ad altre questioni, aveva raggiunto l’accordo con Brasile e Turchia che sostanzialmente prevedeva un arricchimento all’estero: di quello, probabilmente, si ricomincerà a parlare tra poche settimane ad Istanbul. Sicuramente, l’Iran non vuole dare l’impressione - e questo lo fa anche per questioni di politica interna - di accettare un diktat dalla comunità internazionale. In questo, bisognerà vedere quali saranno gli interessi dei singoli partecipanti agli incontri, cioè quanto la Russia - ad esempio - sia disposta a concedere: i rapporti tra Iran e Russia, probabilmente, sono molto più importanti di quanto si creda nell’ambito di questa controversia sul nucleare.

D. - Oggi, l’Iran che Paese è?
R. - L’Iran è un Paese che non si trova sul punto di un cambiamento come probabilmente troppi credevano o speravano nel 2009; è un Paese che sta vivendo una fase di crisi anche molto lunga, forse anche molto più lunga di quello che gli stessi iraniani si aspettassero. E’ una crisi strutturale: è un sistema che dopo quasi 32 anni dalla creazione della Repubblica islamica, sta facendo i conti con una serie di complicazioni che sono intervenute con il normale sviluppo di un Paese. E’ un Paese complesso, un Paese giovane, un Paese che, da un punto di vista energetico, ha risorse quasi illimitate ma che ha una struttura economica obsoleta, vecchia … Tutto questo si lega con una nuova concezione, con una nuova percezione del concetto di cittadinanza maturata anni fa, cioè dagli anni di Khatami in poi, e quindi anche con richieste – da parte degli iraniani stessi – che sono molto diverse da quelle di 15 o 20 anni fa! (gf)

Ascolta l'audio:
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